Il voto sulla giustizia e il peso dell'architettura delle aule

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È dal lontano dopoguerra, in quel periodo di fermento che seguì la caduta del regime, che i costituenti maturarono una consapevolezza profonda, quasi fisica, del funzionamento della giustizia, percepita come un elemento vitale e impalpabile al tempo stesso. Piero Calamandrei, con la sua prosa icastica, la paragonò all’aria, un bene di cui ci si accorge solo quando viene a mancare, sottolineando come il suo corretto esercizio fosse il fondamento di una democrazia sana. Quel principio, che sembrava ormai assimilato, è oggi al centro di un dibattito che travalica i tecismi giuridici per toccare il cuore stesso dell’organizzazione del potere giudiziario, in un momento in cui gli italiani sono chiamati a esprimersi per la quinta volta nella storia repubblicana su una modifica costituzionale.

Il valore simbolico dello spazio

Negli anni Ottanta, un protagonista della Resistenza come Giuliano Vassalli immaginò una svolta epocale, non solo normativa ma anche concettuale, che prevedeva di spostare i pubblici ministeri dagli alti scranni che tradizionalmente condividevano con i giudici. Quel gesto, che alcuni potrebbero considerare meramente scenografico, nascondeva in realtà un messaggio dirompente: l’accusa, per sua natura, non può occupare la stessa posizione di chi è chiamato a giudicare in modo imparziale, poiché la collocazione di qualsiasi cosa o persona nello spazio architettonico possiede un valore e un significato intrinseco, influenzando la percezione dei ruoli e delle funzioni. Quel messaggio, che mirava a scolpire nel fisico delle aule il principio della terzietà della giurisdizione, torna oggi di stringente attualità.

Il solco della storia e le voci del presente

Proprio nel solco di quell’eredità intellettuale si è recentemente costituito il Comitato Vassalli per il “Sì”, un’iniziativa che si propone di raccogliere una coalizione trasversale di socialisti, liberali, democratici e cattolici in appoggio alla riforma sulla separazione delle carriere. L’obiettivo dichiarato è quello di sostenere una “giustizia giusta”, riallacciandosi esplicitamente ai principi garantisti che ispirarono la grande riforma del processo penale del 1989, passata alla storia come Codice Vassalli. D’altra parte, dalle fila di chi esercita la professione, arrivano voci che mettono in discussione le critiche mosse alla riforma, considerandole pretestuose; c’è chi, avendo trascorso una vita intera a emettere sentenze, ritiene che la difficoltà di tali decisioni, specialmente in processi di natura indiziaria, non sia inferiore a quella richiesta per selezionare i vertici degli uffici giudiziari.

Un appuntamento con la storia repubblicana

Quello che si approssima non è un appuntamento elettorale qualunque, ma un referendum costituzionale, una tipologia di consultazione che gli italiani hanno sperimentato solo in altre quattro occasioni dal 1946 a oggi, da quando cioè si votò per la scelta tra monarchia e Repubblica. Si tratta di un meccanismo previsto per quelle modifiche alla Carta fondamentale che, pur essendo state approvate dal Parlamento, non hanno raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi, lasciando così l’ultima parola al Corpo elettorale. Una procedura che conferisce a questo voto un peso specifico differente, collocandolo in una dimensione storica che va ben al di là della contingenza politica.

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