Il grido silenzioso del pronto soccorso: l’Italia e la salute mentale che non trova porte
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Redazione Interno
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Sono numeri che raccontano una resa, quella di chi non ha più un posto dove andare se non il luogo delle emergenze. Il Ministero della Salute, attraverso il suo Sistema Informativo per la Salute Mentale (SISM), ha consegnato il Rapporto annuale relativo al 2024 e il quadro che ne emerge – al netto delle evidenti crepe nei dati, visto che mancano all’appello intere regioni come l’Abruzzo e il Molise è parziale – descrive un servizio sanitario che prova a tenere il passo ma rischia di essere travolto dal peso specifico del disagio contemporaneo. Se guardiamo i numeri assoluti, infatti, si registra un paradosso apparente: le persone prese in carico dai dipartimenti di salute mentale sono leggermente diminuite, passando da 854.040 a 845.516, ma la pressione sulle strutture d’urgenza è esplosa in modo drammatico, segnando un +10% che fa salire il conto totale degli accessi per patologie psichiatriche a 636.113.
L’effetto valvola: quando il territorio cede, l’ospedale implode
Questa fotografia ci restituisce una dinamica precisa, quasi chirurgica, della fragilità attuale. I cittadini, e parlo di una media di 1.743 persone al giorno, varcano la soglia del pronto soccorso cercando una risposta che i servizi territoriali – quei centri di salute mentale che dovrebbero intercettare il malessere prima che diventi acuto – non sono riusciti a fornire. Eppure, la stragrande maggioranza di questi accessi (circa il 75%) viene risolta a domicilio, senza che si traduca in un ricovero; solo il 12% di essi, infatti, esita in una diagnosi che richiede un letto d’ospedale. È un campanello d’allarme potentissimo, perché significa che il Pronto Soccorso sta diventando lo sportello unico per ansie, attacchi di panico e sindromi nevrotiche – che da sole coprono più di un terzo delle diagnosi (36,2%) – ingolfando una macchina che, per sua natura, dovrebbe rispondere solo alle acuzie psicopatologiche.
Più farmaci, più personale, ma il solco resta profondo
Non si può dire che il sistema non stia cercando di reagire, almeno sul fronte delle risorse umane. C’è stato un incremento del personale (si contano 4.028 unità in più, portando la dotazione complessiva a 33.142 operatori), una boccata d’ossigeno che però non basta a colmare il divario con gli standard Agenas, dove mancano ancora all’appello circa 6.000 professionisti. E mentre le équipe tentano di reggere l’urto, la farmaceutica racconta l’altra faccia della medaglia: la spesa per antidepressivi è salita a 419 milioni di euro e le confezioni distribuite hanno superato quota 39 milioni. Si cura il sintomo, spesso, perché manca il tempo e la struttura per curare la persona, e questo spiega perché i ricoveri effettivi siano invece in calo (141.317 dimessi, meno dell’anno prima). La persona resta agganciata al sistema ma in un limbo, tra una pasticca e un’attesa interminabile, senza quella presa in carico globale che solo una rete territoriale forte può garantire.
L’italia a macchia di leopardo e l’incognita della riabilitazione
Leggere i dati del Rapporto significa anche fare i conti con le disuguaglianze storiche del nostro Paese. C’è un’Italia che assiste e un’Italia che osserva, con differenze nei tassi di prevalenza che premiano il Nord a scapito del Centro-Sud. Se aggiungiamo a questo la cautela imposta dal Ministero stesso – che ci avverte della incompletezza delle rilevazioni per alcune regioni – capiamo quanto sia difficile tracciare una terapia nazionale uniforme. Nel frattempo, cresce un altro fenomeno silenzioso: quello dell’istituzionalizzazione. Le giornate di degenza nelle strutture residenziali sono aumentate dell’11% e gli utenti che vivono in queste strutture (escluse le Rems) sono saliti a 29.258. Non è solo una questione di costi, che restano bloccati attorno al 2,8% del Fondo Sanitario Nazionale (lontanissimi da quel 5% promesso vent’anni fa), ma di filosofia: si torna a rinchiudere, forse per mancanza di alternative valide nel vivere quotidiano, allontanando invece di includere.




