Tre morti in un giorno, la strage silenziosa dei muletti nelle fabbriche italiane
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Non c’è stata nemmeno la tregua di un fine settimana, e ancora una volta il conto, purtroppo, si paga in vite umane. Martedì 26 maggio, tra la pianura emiliana e la zona industriale etnea, due operai – rispettivamente di 48 e 30 anni – sono rimasti schiacciati da un muletto che, forse per un cedimento del carico o per un banale errore umano, si è ribaltato addosso a loro.
Nel cortile della Mazzoni, azienda di Cavriago specializzata nella produzione di caldaie, il primo dei due non ha avuto scampo quando il mezzo pesante lo ha travolto, costringendo i carabinieri e la Medicina del Lavoro a intervenire sotto gli occhi della Procura di Reggio Emilia.
Poche ore dopo, o forse in concomitanza di questi drammatici istanti, a Catania un dipendente di una società di logistica subiva la medesima, identica sorte: schiacciato dal muletto che stava manovrando, in un contesto lavorativo che la Procura – con gli aggiunti Fabio Scavone e Valentina Antonucci – ha subito posto sotto sequestro.
Il ritratto di una giornata di ordinaria follia
Se ci si sposta di qualche chilometro, verso la Toscana, il quadro non migliora, anzi si arricchisce di una terribile variante. Ad Altopascio, nel lucchese, un altro trentenne ha perso la vita mentre lavorava in un’azienda del settore farmaceutico; in quel caso, però, a schiacciarlo non è stato direttamente il mezzo, bensì una pressa caduta da un transpallet, un incidente che nemmeno i tempestivi tentativi di rianimazione dei colleghi sono riusciti a scongiurare.
Tre episodi, tre regioni diverse (Sicilia, Emilia-Romagna e Toscana), e un filo rosso che li unisce in modo ineluttabile: la meccanica pesante che si trasforma in una trappola mortale, dove il rischio di schiacciamento rappresenta forse la fine più violenta e improvvisa per chi indossa una tuta da lavoro.
L'intervento della magistratura e le mancate tutele
In Sicilia, l’inchiesta è già partita a pieno regime: la Procura di Catania ha aperto un fascicolo per omicidio colposo (al momento ancora contro ignoti, in attesa di verificare eventuali responsabilità nella gestione della sicurezza), disponendo l’autopsia sul corpo del 30enne per chiarire se il decesso sia stato istantaneo o se ci siano state concause legate allo stato dei luoghi.
Il personale delle Volanti e gli specialisti dello Spresal hanno passato al setaccio l’area del disastro, raccogliendo ogni frammento utile a capire se il muletto fosse dotato di tutte le certificazioni anti-ribaltamento o se, come purtroppo accade spesso in questi contesti, la fretta produttiva abbia avuto la meglio sulle norme di prevenzione.
A Cavriago e ad Altopascio, intanto, i rilievi procedono paralleli: i carabinieri cercano testimoni tra gli altri dipendenti, mentre la magistratura si riserva di effettuare accertamenti tecnici per stabilire la dinamica esatta del crollo del mezzo.
La ricorrenza macabra di un meccanismo letale
Quel che colpisce, leggendo i rapporti di queste ore, è la ripetitività delle dinamiche: il muletto, protagonista silenzioso della logistica e della produzione, che d’un tratto si ribella al suo conducente e lo schiaccia contro l’asfalto o contro le scaffalature. Si tratta di incidenti che, a dispetto della loro violenza, spesso avvengono in un silenzio assordante, senza che i sistemi di sicurezza facciano scattare un allarme o un freno d’emergenza.
La Procura di Reggio Emilia, informata dell’accaduto proprio come quelle di Lucca e Catania, dovrà ora verificare se nei tre stabilimenti fossero stati rispettati i protocolli anti-infortunistici previsti dal Testo Unico sulla Sicurezza, oppure se ancora una volta ci troviamo di fronte a quelle “morti bianche” che il nostro paese non riesce a debellare.
La scia di sangue, in una sola giornata, ha lasciato sul campo tre bare, decine di colleghi sotto choc e tre procure costrette a lavorare incessantemente per dare un nome, semmai ce ne fosse bisogno, a una negligenza che pare sistemica.




