Il broncio della sinistra e i bias cognitivi di fronte alla tregua a Gaza
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Si deve agli studi pionieristici degli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky l’individuazione dei cosiddetti “bias cognitivi”, ovvero quella tendenza, radicata nella mente umana, a filtrare la realtà attraverso i propri preconcetti, selezionando solo gli elementi che confermano le convinzioni preesistenti e scartando, quasi automaticamente, tutto ciò che potrebbe metterle in discussione. Un meccanismo che, sebbene universale, appare particolarmente evidente nell’agone politico, dove l’adesione a un’ideologia può spesso offuscare la percezione dei fatti nudi e crudi, come sta accadendo in queste ore di fronte agli sviluppi della crisi mediorientale.
Il ritorno a nord e l'accordo fragile
Mentre decine di migliaia di palestinesi, sfidando le distruzioni, cominciano a ritornare verso il nord della Striscia di Gaza, l’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha creato una tregua la cui solidità è tutto fuorché scontata. L’accordo, che ha alimentato speranze di una fine del conflitto scatenato dall’attacco del 7 ottobre 2023, prevede il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti nelle prossime ore, un evento che di per sé segnerebbe un traguardo umanitario di primaria importanza. In cambio, Israele ha concordato la liberazione di circa duemila detenuti palestinesi, in un delicato scambio che tenta di bilanciare esigenze di sicurezza e pressioni umanitarie.
Le intricate manovre diplomatiche
La macchina diplomatica che ha portato a questo punto, dopo 736 giorni di ostilità, si è mossa con una certa discrezione ma anche con determinazione. L’annuncio di Trump, giunto tramite un post sul suo social Truth, è stato il culmine di una lunga trattativa condotta da una squadra eterogenea di mediatori. I negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner, quest’ultimo genero del presidente e figura chiave nelle relazioni internazionali, avevano coordinato gli sforzi a Sharm-el-Sheikh, dove i rappresentanti qatarini, egiziani e turchi discutevano già da giorni con gli inviati delle due parti in conflitto. La doppia svolta, che ha riguardato sia la questione degli ostaggi sia il delicato tema dei garanti internazionali, è stata quindi il frutto di un lavoro intenso e multilaterale.
Le incognite sul dopo-tregua
Nonostante il ritiro dell’esercito israeliano dietro la cosiddetta Linea Gialla – come delineato nelle mappe del piano Trump – e l’avvio del conto alla rovescia per le 72 ore concesse a Hamas per completare le liberazioni, permangono interrogativi fondamentali sul futuro della Striscia. Fonti mediatiche mediorientali riportano il netto rifiuto di Hamas di qualsiasi forma di “tutela straniera” a Gaza nel dopoguerra, una posizione che si scontra con la necessità di una governance stabile. A ciò si aggiunge la richiesta, avanzata dal gruppo, del rilascio di Marwan Barghouti, una figura carismatica il cui destino è da tempo un nodo cruciale nelle trattative. Il vero banco di prova, al di là della tregua immediata, rimane dunque la capacità di risolvere la questione di chi governerà l’enclave con il graduale ritiro delle truppe israeliane e se Hamas, come previsto dal piano, deporrà effettivamente le armi.




