L’Iran apre lo Stretto di Hormuz, Meloni offre una missione difensiva. E sul fronte libanese la tregua regge a metà
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Redazione Esteri
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È una mossa che cambia gli equilibri navali del Golfo Persico, quella annunciata da Teheran nelle ultime ore: l’Iran ha deciso di riaprire lo Stretto di Hormuz a tutte le navi commerciali, senza distinzioni di bandiera o carico, interrompendo di fatto un blocco informale che durava da settimane. La decisione – arrivata a sorpresa mentre il Dipartimento di Stato americano ancora valutava i termini della tregua quindicinale siglata il 7 aprile con gli Stati Uniti – sembra voler alleggerire le tensioni commerciali globali, dopo che lo scorso 28 febbraio Washington aveva dato il via a una nuova guerra contro la Repubblica islamica insieme all’alleato israeliano. In questo quadro, la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha fatto sapere che l’Italia è pronta a partecipare a una missione militare dal carattere esclusivamente difensivo nella zona, senza specificare però né il contingente né la natura delle operazioni. La proposta italiana, presentata nel corso di una telefonata con il segretario di Stato americano, mira a proteggere il traffico mercantile senza assumere un ruolo attivo nei combattimenti.
Israele tenta il sabotaggio, mentre l’Ungheria volta pagina
Non tutti, però, sembrano voler rispettare la tregua negoziata tra Usa e Iran. Israele, che non è stato parte dell’accordo, sta tentando di sabotarlo con una fitta serie di attacchi contro il Libano, una guerra parallela che il primo ministro Benjamin Netanyahu intende condurre fino all’annessione di una parte del paese. Lo stesso Netanyahu ha dichiarato – in una conferenza stampa andata in onda ieri sera – che “con Hezbollah non abbiamo ancora finito il lavoro”, aggiungendo che il gruppo armato “oggi è solo l’ombra di sé stesso rispetto agli ultimi giorni di Nasrallah”. Il premier israeliano ha poi parlato di una “minaccia residua dei razzi e dei droni”, senza però entrare nei dettagli operativi. La tregua di dieci giorni in Libano, sotto la regia di Donald Trump – il presidente americano ormai da più di un anno alla Casa Bianca, che si vanta di aver chiuso la sua decima guerra – è entrata in vigore alle 23 italiane del 16 aprile, ma resta fragile. L’Unione Europea l’ha accolta con cautela: il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha scritto su X che “la tregua è un’ottima notizia”, ma ha subito aggiunto che “deve ora essere attuata e verificata sul campo”. Nessuna parola, invece, sul coinvolgimento diretto di Bruxelles nella supervisione.
L’Ungheria cambia rotta: Magyar vince con i due terzi dei seggi
Mentre il Medio Oriente trattiene il fiato, l’Europa centrale assiste a un terremoto politico. Con un’affluenza che ha sfiorato l’80 per cento – la più alta dalla caduta del comunismo – quasi sei milioni di ungheresi hanno votato per quelle che sono diventate di fatto un referendum contro il sistema dello “Stato illiberale” del padre-padrone Viktor Orbán. A metà scrutinio, il nuovo presidente Péter Magyar, alla guida del partito Tisza, ha superato la soglia del 50 per cento dei voti di lista, conquistando i due terzi dei seggi. Quando i numeri si sono consolidati, il quadro è diventato netto: 138 seggi per la coalizione di Magyar, contro i soli 54 di Orbán. Una vittoria, questa, che arriva in tutto il suo peso storico, perché ridisegna gli equilibri interni al Parlamento ungherese e mette fine a un decennio di governo populista. Magyar, dal canto suo, ha già annunciato di voler avviare un’inchiesta sui fondi europei gestiti dal precedente esecutivo, senza però fornire ulteriori particolari.
Netanyhau non molla, Costa monitora. Il Mediterraneo resta incandescente
La tensione, insomma, non accenna a calare. Da una parte c’è l’Iran che prova a sdoganare il proprio petrolio aprendo lo Stretto di Hormuz – una mossa che gli Stati Uniti guardano con sospetto, perché priva di qualsivoglia meccanismo di ispezione internazionale – e dall’altra c’è Israele che continua a martellare il Libano nonostante i proclami di tregua. Meloni, nel mezzo, cerca di ritagliarsi un ruolo da mediatrice armata: la missione difensiva italiana, se approvata dal Parlamento, potrebbe essere la prima operazione militare italiana nel Golfo dopo la crisi del 2020. E mentre l’Europa di Costa si limita a chiedere verifiche sul campo, Netanyahu fa sapere di non aver affatto finito: “Non entrerò nei dettagli”, ha detto, lasciando intendere che gli attacchi potrebbero riprendere in qualsiasi momento. Il Mediterraneo orientale, così, resta un fronte aperto. E la tregua di dieci giorni, negoziata senza Hezbollah, assomiglia più a una pausa tattica che a un vero armistizio.




