Zelensky: «Da russi neanche tregua simbolica, risponderemo con stessa moneta»
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Redazione Esteri
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La tregua che avrebbe dovuto accompagnare le celebrazioni russe dell’8 e 9 maggio, un periodo storicamente simbolico per Mosca, si è trasformata nell’ennesima occasione mancata per un arretramento delle ostilità. A dichiararlo senza mezzi termini è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale, attraverso un post sulla piattaforma X, ha fornito numeri agghiaccianti per dimostrare la totale assenza – persino a livello puramente coreografico – di qualsiasi volontà di pace da parte del Cremlino. Durante la scorsa notte, ha spiegato, l’esercito russo ha continuato a colpire senza sosta le posizioni ucraine; alle sette del mattino, il conteggio parlava già di oltre centoquaranta attacchi registrati lungo la linea del fronte. Ne consegue, secondo il ragionamento del leader di Kiev, che non si sia trattato neppure di un «tentativo simbolico» di cessate il fuoco, bensì di una prosecuzione deliberata e sistematica delle operazioni belliche.
La risposta ucraina: replica immediata e simmetrica
Di fronte a questa escalation notturna – che ha compreso decine di assalti concentrati in particolare sul settore di Slovyansk, dove i russi hanno effettuato dieci attacchi in poche ore – Zelensky ha annunciato una linea chiara e priva di ambiguità. L’Ucraina, ha fatto sapere, risponderà «con la stessa moneta», ricalcando le modalità di reazione già messe in campo nelle ventiquattro ore precedenti. Non si tratta, a suo dire, di una semplice minaccia retorica, ma della prosecuzione di una strategia difensiva che mira a proteggere le posizioni militari e, al contempo, la vita dei civili ancora esposti ai bombardamenti. L’approccio di Kiev, in questa fase, appare sorprendentemente pragmatico: se Mosca non concede neppure una pausa fittizia in occasione delle sue ricorrenze più sentite, allora ogni giorno di calendario diventa equivalente all’altro in termini di necessaria reattività.
I numeri degli scontri notturni e la dinamica sul terreno
La mole di attacchi denunciati – oltre centoquaranta solo fino alle prime ore del mattino – lascia intendere una pressione che non accenna a diminuire, anzi. Secondo il racconto fornito dal presidente ucraino, i russi hanno «continuato a colpire» senza soluzione di continuità, usando verosimilmente artiglieria, sistemi aerei e forse droni, sebbene il messaggio originale non entri nel dettaglio tecnico dei mezzi impiegati. Quel che conta, nelle parole di Zelensky, è l’evidenza di una volontà ostile che non riconosce nemmeno le pause calendariali. L’analisi dei dati, sebbene frutto di una fonte di guerra – e quindi bisognosa di verifica indipendente –, viene presentata come la prova inconfutabile che la tregua richiesta dall’Ucraina (e da più parti auspicata) sia stata semplicemente ignorata. I dieci assalti nel solo settore di Slovyansk, poi, rappresentano un indicatore geografico preciso delle zone dove il conflitto si sta riaccendendo con maggiore ferocia.
La replica annunciata e la gestione delle posizioni al fronte
Zelensky ha voluto legare indissolubilmente la risposta ucraina a quanto già accaduto nelle ore precedenti, quasi a creare una catena di azioni e reazioni simmetriche: «Come abbiamo fatto nelle ultime 24 ore, anche oggi l’Ucraina risponderà con la stessa moneta». L’utilizzo di quel «stessa moneta» suona quasi come un principio di reciprocità bellica, laddove ogni colpo subito viene ricalibrato in una risposta di pari intensità. Non ci sono, nel suo intervento, aperture a possibili negoziati o timidi segnali di distensione; al contrario, l’accento cade sulla difesa delle posizioni e sulla necessità di mostrare la Russia per quello che è, cioè – secondo la sua lettura – un Paese che non sa nemmeno fingere una pausa umanitaria. Il presidente ucraino conclude la sua denuncia con un riferimento alla visibilità internazionale: «La Russia deve porre fine alla sua guerra, e tutti vedranno davvero quando inizierà il movimento verso la pace». Un modo, forse, per ricordare all’Occidente che il peso della responsabilità della prosecuzione del conflitto grava esclusivamente sul Cremlino.
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