Il peso di una Pasqua senza processione: Gerusalemme e la ferita della guerra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. Con queste parole, segnate da un’amarezza che travalica il mero dato liturgico, il Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha annunciato nei giorni scorsi la sospensione della tradizionale processione delle Palme che dal Monte degli Ulivi conduce alla Città Santa. Un annuncio che arriva a poche settimane dall’inizio del conflitto, riaccesosi il 28 febbraio scorso per volontà degli Stati Uniti e di Israele, e che ora getta un’ombra cupa sul cuore pulsante della cristianità. Non si tratta di una decisione presa alla leggera, considerando che nemmeno durante il lockdown imposto dalla pandemia, nel 2020, si era interrotto un rito che da secoli scandisce il tempo sacro della Settimana Santa. Quest’anno, invece, la realtà della guerra è più forte della tradizione: il Santo Sepolcro è sbarrato dal 28 febbraio per ragioni di sicurezza, le strade che circondano la basilica sono state colpite da detriti di razzi intercettati, e la vita ordinaria, compresa quella della fede, si è trasformata in un esercizio quotidiano di sopravvivenza e improvvisazione.

Una ferita che si aggiunge a tante altre

Il Cardinale Pizzaballa, nel messaggio diffuso dal Patriarcato, ha descritto la situazione con la lucidità di chi si trova a governare una comunità in un territorio martoriato. “Le restrizioni imposte dal conflitto e gli eventi degli ultimi giorni non lasciano presagire un miglioramento imminente”, ha scritto, spiegando che ci si muoverà con un coordinamento “giorno per giorno”, nell’impossibilità di fornire indicazioni definitive. Non è solo la processione delle Palme a saltare: anche la Messa crismale, momento di unità del clero diocesano, è stata rinviata a data da destinarsi, nella speranza che il tempo pasquale possa ancora accoglierla. La popolazione israeliana, dal canto suo, vive con i nervi tesi, le orecchie attente alle sirene e gli occhi puntati sui cellulari per i messaggi d’allerta della protezione civile, pronta a correre verso i rifugi quando possibile. In questo scenario di tensione costante, le celebrazioni ordinarie aperte a tutti non potranno svolgersi, e la chiesa stessa, pur rimanendo tecnicamente aperta dove possibile, ha visto il suo cuore simbolico – il Santo Sepolcro – diventare inaccessibile ai fedeli.

Non ci sono pellegrini in giro per le vie della città vecchia, e il silenzio che avvolge i Luoghi Santi è interrotto solo sporadicamente da frammenti di razzi o da esplosioni in lontananza. È in questo contesto che la voce del cardinale diventa un appello alla resilienza: “È una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera”. E così, sabato 28 marzo, i fedeli sono stati invitati a recitare il Rosario, idealmente uniti nonostante la distanza fisica, per implorare il dono della pace e della serenità. Un gesto che, nella sua semplicità, tenta di ricucire il senso di una comunità dispersa ma non spezzata.

L’angoscia per il futuro della presenza cristiana

Se la sospensione dei riti rappresenta un dolore immediato e tangibile, a farsi sentire è anche una preoccupazione più profonda, che riguarda il futuro stesso della presenza cristiana in Terra Santa. In un clima di crescente polarizzazione e mentre i governi internazionali, specialmente quelli che si dichiarano cristiani, restano in larga parte in silenzio, alcuni osservatori non nascondono il timore di un ulteriore arretramento. A sollevare la questione, seppur in un contesto di riflessione personale, è stato don Rito Maresca, parroco di Mortora a Piano di Sorrento, che ha richiamato l’attenzione su quello che definisce un passaggio verso uno Stato etnocentrico. Nel suo commento, don Maresca sottolinea come, dopo la realtà palestinese musulmana, quella cristiana rischi di essere la prossima a essere marginalizzata, seppur in forme meno violente ma altrettanto efficaci.

Si tratta di una riflessione che parte dal basso, dal silenzio delle diplomazie e dalla constatazione che, mentre la guerra devasta il territorio, la presenza storica delle comunità cristiane – custodi di quei luoghi sacri da duemila anni – si fa sempre più fragile. “Sono ancora convinto e voglio rispettare il popolo ebraico come fratello maggiore nella fede”, scrive don Maresca, “ma quando un fratello sbaglia, il rispetto e l’amore impongono di dire una parola di correzione”. Un’affermazione che arriva mentre il Santo Sepolcro resta chiuso, e mentre i frati francescani della Custodia di Terra Santa continuano, giorno e notte, a officiare i riti a porte chiuse, nel tentativo di preservare quel “filo rosso” di preghiera ininterrotta che da secoli lega l’Occidente cristiano alle sue radici.

La quotidianità sospesa tra incertezze e riti dimezzati

A Gerusalemme, ormai, si procede alla giornata. Le autorità israeliane giustificano le restrizioni – che includono la chiusura non solo del Santo Sepolcro ma anche del Monte del Tempio e del Muro del Pianto – con esigenze di sicurezza primaria, citando i rischi legati a caduta di detriti missilistici e alla presenza di ordigni inesplosi nell’area dell’Old City. Di fatto, l’intera geografia della devozione è stata stravolta: le chiese restano aperte per i pochi fedeli locali, ma i sacerdoti si trovano a dover gestire una partecipazione limitata e rituali accorciati o spostati all’interno.

Non esistono precedenti recenti per una Pasqua così. Nemmeno durante le guerre precedenti, la processione delle Palme, che simbolicamente ripercorre l’ingresso di Cristo a Gerusalemme, era mai stata annullata. È un segno dei tempi, che mostra come la guerra, iniziata ufficialmente il 28 febbraio tra Israele, gli Stati Uniti e l’Iran, abbia modificato anche le coordinate del sacro. L’invito del Patriarca Pizzaballa a non lasciarsi scoraggiare risuona quindi come un monito: la fede, in assenza di pellegrini e di riti pubblici, è chiamata a ripiegarsi nell’intimità delle case e nella perseveranza della preghiera personale, in attesa che quella “ultima parola” che appartiene alla Risurrezione possa farsi sentire anche tra le macerie di una terra ferita.

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