Gaza, il piano Usa per la ricostruzione e il "paradosso cupo" di Boeri
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Redazione Esteri
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Dietro la suggestione distopica della "Riviera di Gaza", un'immagine rilanciata nelle scorse settimane dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si cela un progetto concreto, sebbene ancora non ufficiale, che delinea un futuro radicalmente nuovo per il territorio martoriato. Secondo quanto riportato dal Washington Post, i piani in circolazione nell’amministrazione americana prevedono, infatti, l’istituzione di una sorta di protettorato a guida statunitense della durata di almeno un decennio, finalizzato a trasformare la Striscia in un avveniristico polo turistico e manifatturiero. Un’idea che, sebbene ammantata di progresso e sostenibilità, sorge su una terra ancora straziata dal conflitto e satura di macerie, fisiche e morali, lasciando intendere una visione che molti definirebbero prematura, se non indecente.
In questo contesto, che qualcuno potrebbe considerare surreale, fa capolino – quasi per caso – anche l’eccellenza architettonica italiana. Il progetto più noto dell’archistar Stefano Boeri, il Bosco Verticale di Milano, viene citato tra le fonti d’ispirazione del masterplan. Una circostanza che ha colto lo stesso architetto di sorpresa, il quale – interpellato dall’Ansa – l’ha definita “un cupo paradosso”. Boeri ha tenuto a precisare come la sua creatura milanese, divenuta un prototipo mondiale, rappresenti il contrario di un’imposizione calata dall’alto: promuove, ha spiegato, “l’armonia con la natura e con la storia dei luoghi”, avendo dimostrato di saper integrare non solo residenze di lusso ma anche edilizia sociale, spazi pubblici e servizi.
La proposta, che disegna un’agglomerato urbano di grattacieli “intelligenti” affacciati sul Mediterraneo, sembra ignorare deliberatamente la complessità della situazione attuale. Trump, da parte sua, pur esprimendo sostegno all’operazione militare israeliana a Gaza City – sostenendo la necessità di “finire l’opera” contro Hamas – ha anche manifestato perplessità sulla condotta generale della guerra. In un’intervista ha affermato che Israele, pur potendo vincere sul campo, “non sta conquistando il mondo delle pubbliche relazioni”, un aspetto che, a suo dire, sta arrecando danni all’immagine del paese.




