Incendiate due moschee in Cisgiordania: la notte di fuoco dei coloni dopo gli scontri di Nablus
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Redazione Esteri
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Le fiamme che hanno divorato due luoghi di culto palestinesi nella notte tra sabato e domenica rappresentano l'ultimo, drammatico capitolo di un'escalation di violenze che sta trasformando la Cisgiordania in una polveriera, pronta a esplodere sotto i colpi di una strategia di occupazione sempre più aggressiva e sostenuta dal governo più a destra della storia di Israele.
I coloni israeliani hanno attaccato diversi villaggi palestinesi, appiccando il fuoco a una moschea in costruzione nel villaggio di Qusra, a sud di Nablus, e a un'altra a Kur, vicino a Tulkarem, imbrattando le pareti con graffiti inneggianti alla vendetta per i due israeliani uccisi nei violenti scontri di venerdì scorso.
Un'ondata di violenza che ha preso di mira anche un'abitazione e diversi veicoli e che ha spinto l'esercito israeliano a lanciare una vasta operazione di arresti in tutta l'area, con decine di palestinesi fermati e le abitazioni dei presunti responsabili dell'attacco di venerdì sigillate in vista della demolizione.
La genesi di un'esplosione: l'incidente di Tal e la strategia degli avamposti
Tutto ha origine venerdì pomeriggio, quando un gruppo di coloni israeliani, alcuni dei quali armati, si è avvicinato al villaggio palestinese di Tal, a sud-ovest di Nablus, in quella che l'esercito ha inizialmente descritto come una "gita" ma che le autorità palestinesi hanno subito definito come un'incursione volta ad attaccare gli abitanti. La tensione è degenerata rapidamente in una sparatoria che ha causato la morte di quattro palestinesi e di due israeliani: un soldato e un coordinatore della sicurezza di un insediamento vicino.
Secondo le ricostruzioni, un palestinese è riuscito a strappare il fucile a uno dei coloni, aprendo il fuoco prima di essere a sua volta ucciso dai militari intervenuti. Questo episodio, il più violento di quest'anno, non è che la punta di un iceberg rappresentato dalla crescente e sistematica pressione esercitata dagli avamposti illegali israeliani, sorti come funghi in mezzo ai villaggi palestinesi, sfruttando la copertura politica garantita dai ministri oltranzisti del governo Netanyahu.
La costruzione di questi avamposti, definiti "illegali" persino dalla legislazione israeliana, è parte di una strategia eversiva per frammentare il territorio palestinese e impedire la formazione di uno Stato contiguo, e gli attacchi dei coloni, spesso coordinati con il benestare delle forze armate, rappresentano lo strumento per terrorizzare la popolazione locale e costringerla ad abbandonare le proprie terre.
La risposta del governo Netanyahu e il rischio di una nuova Intifada
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in procinto di partire per un incontro cruciale con il presidente americano Donald Trump a Washington, ha immediatamente ordinato un'intensificazione delle operazioni militari in Cisgiordania, dichiarandosi pronto a "entrare nei villaggi, perquisirli, sequestrare le armi, arrestare i ricercati" e agire "in modo più vasto contro i covi del terrorismo". Questa linea dura, che prevede anche l'accelerazione della costruzione di nuovi insediamenti, è stata accolta con preoccupazione dagli alti vertici militari israeliani.
I generali, che temono che la tensione possa tracimare in una vera e propria sollevazione popolare, hanno messo in guardia il governo sul rischio concreto di una terza Intifada, alimentata dalla rabbia per le violenze dei coloni, dall'impotenza dell'Autorità Nazionale Palestinese e dal malcontento sociale che serpeggia tra la popolazione.
Secondo quanto riportato da fonti di intelligence, in circa settanta villaggi palestinesi si sono già costituiti dei comitati di difesa civile armati, un segnale inequivocabile che la popolazione è pronta a resistere, aumentando esponenzialmente il pericolo di uno scontro generalizzato.
La notte degli incendi e le condanne internazionali
La notte di violenza dei coloni, che ha visto la distruzione di due moschee e l'incendio di un'abitazione a Beit Furik, ha suscitato la ferma condanna da parte delle autorità palestinesi, che hanno parlato di "attacco criminale" contro i luoghi di culto e di una campagna sistematica di "pulizia etnica" con la tacita approvazione delle forze di occupazione. Il ministero palestinese per gli Affari Religiosi ha denunciato che, dall'inizio dell'anno, si sono già verificati almeno dodici episodi analoghi in Cisgiordania.
Anche la comunità internazionale ha espresso forte preoccupazione: l'Unione Europea ha chiesto la fine dell'escalation, mentre Giordania e Qatar hanno condannato duramente le violenze e i raid dell'esercito israeliano.
Nel frattempo, sul piano politico, le dichiarazioni del deputato della Knesset Tzvi Sukkot, che ha invocato la distruzione del villaggio di Tal e ha sostenuto che "la vendetta è un valore", accendono ulteriormente gli animi e fanno temere che la violenza possa continuare a crescere, alimentata da una retorica sempre più estremista e in vista delle elezioni israeliane di ottobre.
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