Iran, la minaccia di Trump e l'ultimatum di Khamenei: la Cisgiordania brucia tra coloni e rappresaglie

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump rilancia la tensione con l'Iran condividendo immagini generate dall'intelligenza artificiale che raffigurano bombardamenti sulle infrastrutture petrolifere di Teheran, la guida suprema della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, dichiara che non resta altra via se non la "jihad e la resistenza".

Un braccio di ferro a distanza, che si gioca sui toni minacciosi di Trump, il quale sul suo social Truth Social ha postato la foto di aerei da guerra in azione su un impianto con la didascalia "ATTACCO SU KHARG" – chiara allusione all'isola di Kharg, principale centro di esportazione petrolifera iraniana – e la ferma replica del leader sciita, in un momento in cui, nonostante una tregua nei combattimenti, la regione resta in bilico tra scontri aerei e ritorsioni reciproche.

L'asse Washington-Tel Aviv e le tre linee rosse di Netanyahu

Sul fronte diplomatico, è attesa a ore la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, un faccia a faccia che si preannuncia tutt'altro che scontato. Secondo quanto riportato da Channel 13, Netanyahu avrebbe infatti informato i ministri del suo gabinetto della ferma intenzione di opporsi alle pressioni americane per un ritiro delle truppe di occupazione da quelle che Israele definisce "zone di sicurezza" in Libano, Siria e Striscia di Gaza.

Una posizione che, se confermata, segnerebbe una crepa significativa nell'alleanza con Washington, con il premier israeliano intenzionato a respingere al mittente le richieste di Trump, il quale avrebbe sollecitato un disimpegno per evitare un'ulteriore escalation regionale. Non si tratta solo di un negoziato tattico, ma della dimostrazione plastica di come la gestione della sicurezza, per il governo di Gerusalemme, passi attraverso il controllo militare diretto dei territori contesi, dalla Siria alla striscia costiera di Gaza.

La Cisgiordania e la guerra quotidiana dei coloni

Mentre la diplomazia internazionale si concentra sugli equilibri tra potenze, sul terreno della Cisgiordania la realtà è quella di una violenza endemica e in continua ascesa, che coinvolge ogni giorno la popolazione palestinese. Gli episodi di aggressione da parte dei coloni ebrei, spesso spalleggiati o protetti dalle forze di sicurezza israeliane, si moltiplicano senza sosta.

A Qusra, un villaggio a sud di Nablus, l'ultimo atto di questa spirale di odio ha visto un gruppo di coloni appiccare il fuoco alla moschea in costruzione, imbrattando i muri con scritte in ebraico come "vendetta per Benayahu", in riferimento al colono ucciso venerdì negli scontri nei pressi di Nablus. Ahmad, un residente che lavorava alla costruzione dell'edificio sacro, ha raccontato di aver assistito impotente alle fiamme divampare nella notte, in un attacco che ha lasciato il segno non solo sulle strutture, ma sull'intera comunità.

Non si tratta di un fatto isolato: nella stessa notte, un'altra moschea è stata data alle fiamme a Kour, a sud di Tulkarem, a testimonianza di un'azione coordinata e sistematica di intimidazione.

Fadi e la vedetta contro la notte dei pogrom

In questo scenario di paura e sopraffazione, ci sono storie che raccontano la resistenza silenziosa e quotidiana di chi si rifiuta di abbandonare la propria terra. Tra questi c'è Fadi, un padre di famiglia che ha scelto di fare la vedetta per proteggere il suo villaggio. Ogni notte, quando le squadre dei coloni arrivano per incendiare case e distruggere gli uliveti, è lui ad avvisare i residenti. Un'esistenza sospesa, fatta di turni di guardia e allarme costante, che non lascia spazio alla speranza.

Come ha raccontato l'inviata Rai Lucia Goracci, alla domanda su quale futuro veda per i suoi figli, Fadi ha risposto con amarezza di non vedere alcun domani. Le parole dell'uomo sono il riflesso di una generazione intrappolata tra l'occupazione militare e le violenze dei coloni, in un territorio dove le Nazioni Unite hanno registrato un'impennata di vittime: ben 77 palestinesi uccisi solo nel 2026, di cui 18 bambini, mentre gli attacchi dei coloni hanno causato lo sfollamento di intere famiglie e la distruzione di mezzi di sussistenza come uliveti e attrezzature agricole.

L'impunità dei coloni e la risposta dell'esercito

Un elemento che emerge con sempre maggiore chiarezza dalle inchieste giornalistiche e dai rapporti internazionali è il clima di sostanziale impunità di cui godono i coloni estremisti. I dati Onu parlano di oltre 1.330 episodi che hanno coinvolto i coloni israeliani, con vittime e danni alle proprietà, ma le indagini e i procedimenti giudiziari restano rari.

L'esercito israeliano, da parte sua, interviene spesso a sostegno delle operazioni dei coloni o, come nel caso dell'attacco a Qusra, risponde con massicce retate di rappresaglia – decine di arresti, perquisizioni casa per casa e posti di blocco in tutto il territorio – definendo le operazioni "antiterrorismo". Un'accusa, quella di collusione tra forze armate e coloni, che è stata più volte sollevata anche da voci critiche all'interno di Israele.

Ad alzare la voce, in una lettera aperta a Trump, è anche il Commanders for Israel's Security, un movimento che raggruppa oltre 550 generali e alti ufficiali in pensione, i quali hanno messo in guardia dal rischio che l'escalation in Cisgiordania si trasformi in una guerra su vasta scala, sottolineando come le forze di sicurezza israeliane, efficaci contro il terrorismo palestinese, siano "fortemente limitate" quando si tratta di contrastare il terrorismo ebraico dei coloni.

Una spaccatura che attraversa la stessa classe dirigente israeliana, mentre sullo sfondo si profilano le elezioni politiche dell'autunno, che potrebbero ulteriormente radicalizzare le posizioni del governo guidato da Netanyahu.

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