Marathon, il ritorno di Bungie che spacca la community tra estetica cyberpunk e hardcore punitivo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è qualcosa di profondamente fragile – e allo stesso tempo affascinante – nel modo in cui Marathon si presenta oggi. Ultima fatica del team Bungie, che agli occhi di una parte della community storica appare ormai come un involucro svuotato dello spirito originario dello studio, questo nuovo capitolo rincorre una forma capace di rendere massivo l’appeal degli extraction shooter in prima persona, cercando un equilibrio instabile tra meccaniche rogue e hardcore e dinamiche più accessibili, costruite attorno a sessioni mordi e fuggi dall’alto tasso di gratificazione. Ambientato nel 2893, a circa un secolo di distanza dagli eventi narrati nel primo gioco degli anni Novanta, il Titolo trasporta i giocatori su Tau Ceti IV, un pianeta divenuto teatro di una guerra per procura tra megaCorporazioni che utilizzano i cosiddetti Runner – esseri umani la cui coscienza è stata digitalizzata e trasferita in involucri sintetici chiamati Shell – per recuperare dati e tecnologie in un ambiente ostile.

A livello di gunplay, la sensazione di combattere con fucili e pistole futuristiche non sgarra di un millimetro rispetto a ciò che ci si aspetta da chi ha plasmato il genere con Halo e Destiny: il peso delle armi, la reattività dei movimenti e un comparto sonoro che lacera il silenzio del deserto elettromagnetico restituiscono una fisicità chirurgica a ogni scontro. Tuttavia, a differenza delle campagne lineari a cui Bungie ci aveva abituato in passato, il successo di un prodotto di questo tipo – interamente online – dipende esclusivamente dalla presa sul pubblico. Esiste sì una classe, il Rook, pensata per il gioco solitario, ma la sopravvivenza del titolo è subordinata a una condizione impietosa: decine di migliaia di giocatori devono continuare a popolare le mappe, accettando un contratto sociale non scritto che impone di tornare a sfidare la sorte anche dopo aver perso tutto.

Numeri da milioni e un’adozione che sorprende Sony

Contro molte previsioni iniziali, che temevano un crollo simile a quello di Concord, Marathon non è affondato al momento del lancio. I dati diffusi dagli analisti raccontano di una partenza solida ma dai contorni ambigui: le vendite si sarebbero fermate a circa 1,2 milioni di copie, un volume che tradotto in ricavi si aggira intorno ai 55 milioni di dollari al lordo delle microtransazioni. A sorprendere gli osservatori è stata però la distribuzione geografica di queste vendite: appena il 19% risulta registrato su PS5 – la piattaforma di casa Sony, proprietaria dello studio – mentre il grosso delle vendite, quasi il 70%, ha trovato casa su Steam. Un dato, questo, che solleva interrogativi sulla capacità del mercato console di assorbire un prodotto dalla curva di apprendimento così ripida, nonostante l’investimento pubblicitario e l’appartenenza alla scuderia first party.

Le reazioni del pubblico si sono rivelate contrastanti fin dai primi giorni, e la ragione di questa polarizzazione va cercata in un onboarding che molti definiscono volutamente ostile. Il gioco non fa prigionieri: il time-to-kill (TTK) estremamente ridotto trasforma ogni incontro in un lampo di violenza definitiva, mentre la scarsità di munizioni e la gestione dell’inventario richiedono una disciplina quasi paranoica. Chi si aspetta un'esperienza simile a Destiny 2, dove il bottino è abbondante e il respawn è sempre dietro l’angolo, si trova invece di fronte a un meccanismo in cui morire significa veder polverizzate ore di lavoro e di equipaggiamento accumulato.

L’anima hardcore di un prodotto che non vuole piacere a tutti

Marathon è un extraction shooter hardcore, e di certo non è per tutti. Il gioco presenta una complessità che scoraggia l’approccio casual, sia dal punto di vista strategico che da quello tecnico. Le tre mappe disponibili al debutto – Perimetro, Ciénaga e Avamposto – sono progettate per favorire l’imboscata e la gestione delle risorse, premiando chi riesce a resistere alla tentazione di confrontarsi direttamente con i nemici. La stessa interfaccia utente, volutamente ridondante e satura di testi in un criptico fontslop, è stata criticata per aver creato una barriera visiva che confonde i nuovi arrivati, rendendo la semplice interpretazione dei dati sullo schermo una sfida quasi quanto il combattimento stesso.

Eppure, per chi accetta di sottostare a queste regole, esiste una continuità ideale con i vecchi Marathon che va oltre l’ambientazione. Come nel primo capitolo degli anni Novanta, la narrazione non si concede al giocatore in lunghi filmati, ma si decodifica attraverso frammenti sparsi nel Codex, nei dialoghi criptici delle intelligenze artificiali che gestiscono i contratti delle razioni. Le fazioni – come CyberAcme o la stessa UESC – agiscono come veri e propri editori della schiavitù digitale dei Runner, sputando metadati e ultimatum che definiscono il posto di ognuno nella gerarchia del silicio. Questa struttura, che richiama le atmosfere di Ghost in the Shell, nobilita l’esperienza trasformando la progressione in un atto di mercificazione totale.

L’incertezza del domani per un’eredità appesa a un filo

Nonostante l’assenza di un tracollo immediato, il futuro di Marathon rimane appeso a un filo molto sottile. Il team di Bungie ha dichiarato pubblicamente di voler supportare il gioco per molti anni, e i dati suggeriscono che, una volta superato lo scoglio iniziale, i giocatori tendono a restare: la media di ore su Steam supera abbondantemente le 27, con una fetta di utenti che ha già superato le 50 ore di gioco. Tuttavia, la base attiva – sebbene solida – appare ancora lontana dalle dimensioni necessarie per garantire la sostenibilità di un live service dalle ambizioni globali.

Le aspettative di Sony, che aveva investito sul progetto come possibile nuovo pilastro del catalogo PlayStation Studios, non sarebbero state pienamente soddisfatte. Il 19% di copie vendute su PS5 rappresenta una contrazione importante, specialmente se confrontata con il peso che solitamente hanno le piattaforme console per i giochi Bungie. In questo scenario, la nuova corsa di Bungie assomiglia a un azzardo calcolato: un prodotto complesso, affascinante nella sua brutalità, che ha scelto di non scendere a compromessi con la propria identità hardcore, sperando che la profondità del suo gameplay e la forza del suo marchio storico siano sufficienti a trattenere una comunità abbastanza numerosa da popolare le lande desolate di Tau Ceti IV per gli anni a venire.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.