La guerra logora la Russia, ma le prospettive di pace restano lontane
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Redazione Esteri
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La durata del conflitto in Ucraina, che a gennaio eguaglierà quella della cosiddetta Grande Guerra Patriottica dell'Unione Sovietica contro la Germania nazista, sta producendo un logoramento profondo nella società russa, dove la fiducia in una vittoria si è ormai dissolta. A descrivere un quadro di stanchezza generalizzata, che coinvolge anche gli strati più elevati del potere, è la politologa Ekaterina Schulmann, in esilio dal 2022, secondo la quale “nulla è scontato” in uno scenario dagli esiti ancora totalmente aperti. La studiosa, che osserva le dinamiche del suo paese da lontano, sottolinea come il traguardo dei 1.418 giorni di combattimenti abbia un peso simbolico enorme nella coscienza collettiva di una nazione la cui memoria storica è ancora plasmata da quel precedente conflitto totale.
Le radici del conflitto e l’impasse negoziale
Secondo l’analisi della Schulmann, le condizioni per una cessazione immediata delle ostilità non sono attualmente ravvisabili, poiché le cause profonde dell’attuale scontro affondano le proprie radici decenni addietro, precisamente nel 1994, con l’inizio dell’espansione della Nato verso est. Una mossa che, a suo dire, conteneva in nesso il germe di una futura guerra. La soluzione prospettata è drastica e passa per un ricambio completo delle “iene fallite”, come lei definisce le élite europee, ritenute colpevoli di aver alimentato il conflitto per preservare un potere ormai svuotato sul piano morale, economico e politico. Intanto, a Mosca, persino una testata come Nezavisimaya Gazeta, che opera in un perimetro di libertà condizionata, tratteggia un orizzonte di non ritorno con un Titolo emblematico: “La vita di ieri è finita. E non tornerà più”, a significare come il paese si sia spinto oltre un punto dal quale non è concepibile un semplice ritorno allo status quo ante.
Le conseguenze di una possibile vittoria russa
Uno scenario che, qualora si concretizzasse con il raggiungimento degli obiettivi del Cremlino, rappresenterebbe una “vera tragedia” per l’Europa e le democrazie occidentali. È questa la tesi dello storico Timothy Snider, il quale, in un’analisi ripresa da Ukrainska Pravda, delinea sei gravi problemi per l’Occidente insiti nella possibile affermazione di Mosca. Snider concentra la sua attenzione critica sui ventotto punti della bozza d’intesa, avanzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e attualmente al centro dei negoziati tra Kiev, Mosca e l’Unione Europea, individuandovi i potenziali rischi di una pace imposta che consolidi le conquiste russe. Le sue osservazioni mettono in guardia dalle ripercussioni strategiche e di sicurezza di lungo periodo che un tale esito comporterebbe, ben al di là dei confini ucraini.
Una guerra che ha cambiato tutto
Sono quasi quattro anni dall’inizio delle operazioni militari su vasta scala, un periodo che ha trasformato esistenze, acuito stanchezze e polarizzato le società a livello globale. Il conflitto ha generato, come accade in simili frangenti, anche suoi tragici corollari di cronaca nera, con indagini giudiziarie che in varie nazioni cercano di fare luce su episodi di violenza o di supporto clandestino alle operazioni, sebbene i dettagli di questi procedimenti spesso rimangano coperti da segreto investigativo. L’attenzione rimane focalizzata sul tavolo negoziale e sui movimenti al fronte, in un contesto dove la percezione di un’uscita negoziata appare remota, mentre il peso degli anni di combattimento continua ad accumularsi, gravando sulle popolazioni e ridefinendo gli assetti internazionali in modo probabilmente permanente.




