Putin chiede il russo come lingua ufficiale in Ucraina e il ritiro delle truppe dalle regioni contese
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Redazione Esteri
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Dopo il vertice ad Anchorage tra Vladimir Putin e Donald Trump, le condizioni per porre fine alla guerra in Ucraina appaiono sempre più legate a pretese che Kiev considera inaccettabili. Oltre alla cessione definitiva di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson – già rivendicate dalla Russia – Mosca chiede ora che il russo torni a essere lingua ufficiale in Ucraina e che vengano garantite protezione e autonomia alle chiese ortodosse legate al Patriarcato di Mosca. Una posizione, quella del Cremlino, che non ammette margini di trattativa e che rischia di allontanare ulteriormente la prospettiva di una pace negoziata.
Trump, che ha incontrato Putin il 14 giugno, ha riferito le richieste russe a Volodymyr Zelensky e ai leader europei in una successiva telefonata, dalla quale sono emerse profonde divergenze. Secondo il Financial Times, Putin avrebbe proposto un congelamento del fronte nelle regioni meridionali solo in cambio del ritiro ucraino da Donetsk, una condizione che Kiev respinge categoricamente. "L’eliminazione delle cause alla radice del conflitto", come ha definito Putin i suoi obiettivi, passa dunque per una ridefinizione territoriale e culturale dell’Ucraina, che Zelensky non può accettare senza svuotare di significato la resistenza del suo Paese.
La richiesta di reintrodurre il russo come lingua ufficiale, in particolare, rappresenta un tentativo di riaffermare l’influenza storica di Mosca, dopo anni di politiche ucraine volte a marginalizzarne l’uso nelle istituzioni e nello spazio pubblico. Una mossa che, se accolta, minaccerebbe l’identità nazionale ucraina proprio mentre il governo cerca di consolidarla attraverso l’adesione all’Unione Europea e alla Nato – quest’ultima ora esplicitamente esclusa dalle condizioni russe.




