Putin a Trump: il Donetsk in cambio della pace. Zelensky sotto pressione
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Redazione Esteri
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Nel corso di una telefonata avvenuta giovedì 16 ottobre, il presidente russo Vladimir Putin ha avanzato una proposta precisa al suo omologo americano Donald Trump, indicando la cessione del pieno controllo della regione ucraina del Donetsk come condizione necessaria per giungere a un cessate il fuoco. Questa richiesta, che riguarda un'area strategicamente vitale per l'Ucraina orientale, rappresenta un elemento centrale nei tentativi di mediazione, sebbene le posizioni rimangano distanti e la guerra prosegua senza tregua. Secondo quanto riferito da alcuni funzionari, il leader del Cremlino avrebbe addirittura lasciato intendere una possibile disponibilità a cedere porzioni di altri due territori parzialmente occupati, Zaporizhzhia e Kherson, pur di assicurarsi l'intero Donetsk, in un complesso baratto geopolitico le cui implicazioni sono ancora tutte da valutare. L'obiettivo dichiarato di Mosca rimane comunque l'annessione di quattro regioni, un traguardo che, secondo alcune stime, richiederebbe altri cinque anni di conflitto per essere raggiunto militarmente.
Le reazioni e la posizione di Trump
All'interno della Casa Bianca, la proposta di Putin è stata valutata in modo non univoco: mentre alcuni funzionari interpellati dal Washington Post l'hanno definita "un progresso", un diplomatico europeo ha espresso forte scetticismo, paragonando l'accettazione di tali termini a "tagliarsi un arto in cambio di niente". Intanto, il presidente Trump sta esercitando forti pressioni sul leader ucraino Volodymyr Zelensky affinché accetti l'accordo, arrivando ad avvertirlo, secondo quanto trapelato, che in caso di rifiuto "l'Ucraina verrà distrutta". Tuttavia, in un successivo commento alla stampa a bordo dell'Air Force One, Trump ha smentito di aver discusso con Zelensky della cessione del Donbass, affermando: "No, non ne abbiamo discusso. Noi pensiamo che quello che dovrebbero fare è fermarsi lungo la linea di battaglia dove si trovano ora. Il resto è molto duro da negoziare".
L'evoluzione delle richieste del Cremlino
Rispetto alle posizioni intransigenti di aprile, quando Putin respinse l'ipotesi di un congelamento del conflitto lungo l'attuale linea del fronte pretendendo il controllo totale non solo della Crimea ma anche degli oblast di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson – pur non avendone mai ottenuto la piena occupazione –, la posta in gioco sembra essersi leggermente abbassata. Questa modifica, seppur marginale, potrebbe segnalare una certa flessibilità tattica dettata dalle circostanze sul campo e dalle pressioni internazionali, sebbene la sostanza delle ambizioni territoriali russe resti fondamentalmente immutata e di difficile digestione per Kiev.
Le conseguenze diplomatiche e l'appello di Zelensky
Le dinamiche di questi negoziati hanno creato tensioni anche all'interno del fronte occidentale. Dopo l'incontro con Trump, il presidente Zelensky ha sentito la necessità di convocare i leader dell'Unione Europea, un gesto che è stato interpretato dalla portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, come una richiesta di "fare rapporto", commentando sarcasticamente che Bruxelles terrebbe l'Ucraina "al guinzaglio". Questa dichiarazione, per quanto di parte, riflette le difficoltà di coordinamento e le frizioni che stanno emergendo tra gli alleati di Kiev, mentre il paese è chiamato a prendere decisioni drammatiche per il suo futuro.




