ChatGPT e consumo d’acqua, perché una semplice email può pesare quanto una bottiglia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Una semplice email di circa 100 parole generata con ChatGPT consuma un volume d’acqua paragonabile a quello contenuto in una bottiglia. Il dato richiama l’attenzione sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale e sulle risorse necessarie per sostenere la crescente domanda di elaborazione digitale. Se osservato isolatamente può apparire limitato, ma il quadro cambia quando si considera il numero complessivo di richieste elaborate ogni giorno dai sistemi di IA. Secondo le stime riportate, entro il 2027 l’elaborazione delle query legate all’intelligenza artificiale potrebbe richiedere un prelievo idrico equivalente a metà dell’intero consumo annuale d’acqua del Regno Unito.

Perché l’intelligenza artificiale richiede grandi quantità d’acqua

Per comprendere il consumo d’acqua associato all’intelligenza artificiale è necessario guardare all’interno dei data center che ospitano l’infrastruttura tecnologica globale. L’elaborazione dei dati richiede infatti una notevole potenza di calcolo da parte dei microchip, che durante il funzionamento producono calore. Questo fenomeno porta i componenti elettronici a raggiungere temperature elevate, anche superiori ai 45 gradi centigradi, rendendo indispensabili sistemi di raffreddamento in grado di garantire il corretto funzionamento delle apparecchiature.

Molti data center utilizzano sistemi evaporativi basati su torri di raffreddamento. In questi impianti l’acqua impiegata nei circuiti viene raffreddata attraverso il contatto con altra acqua che evapora nell’atmosfera. Il processo consente di dissipare il calore generato dai chip, ma comporta un consumo diretto di risorse idriche. Con l’aumento delle applicazioni di intelligenza artificiale cresce anche il fabbisogno di capacità computazionale e, di conseguenza, la quantità d’acqua necessaria per mantenere operative le infrastrutture digitali.

Il rapporto ONU e l’allarme sulle risorse idriche

Il quadro è stato analizzato nel nuovo rapporto dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (Unu-Inweh), che evidenzia il peso crescente dell’intelligenza artificiale sulle risorse naturali. Lo studio sottolinea come l’acqua proveniente dalle Alpi e destinata ad alimentare i sistemi dei data center rischi di trasformarsi in una risorsa critica nei prossimi anni. La questione non riguarda soltanto l’espansione delle infrastrutture tecnologiche, ma anche la necessità di definire regole e strumenti normativi adeguati per gestire un fabbisogno destinato ad aumentare.

Le stime contenute nel rapporto indicano che entro il 2030 l’intelligenza artificiale potrebbe consumare una quantità d’acqua equivalente a quella necessaria per 1,3 miliardi di persone. Nello stesso periodo il settore arriverebbe a richiedere 945 terawattora di elettricità. Secondo il documento, il volume d’acqua coinvolto sarebbe paragonabile alle esigenze dell’intera popolazione dell’Africa subsahariana, mentre il consumo energetico risulterebbe triplo rispetto a quello utilizzato complessivamente da 650 milioni di persone che vivono in Paesi come Pakistan, Bangladesh e Nigeria.

L’espansione dell’intelligenza artificiale viene quindi osservata anche attraverso il suo impatto sulle risorse fisiche che sostengono il funzionamento dei data center. Dietro ogni query, ogni elaborazione e ogni contenuto generato esiste infatti un’infrastruttura che richiede energia, raffreddamento e disponibilità idrica. I dati riportati dal rapporto ONU mostrano come il tema non riguardi soltanto l’innovazione tecnologica, ma anche la gestione delle risorse naturali necessarie a supportarne la crescita nei prossimi anni.

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