Teheran chiude a Washington: nessun colloquio finché non saranno soddisfatte le condizioni iraniane
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Redazione Esteri
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Teheran non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo con Washington. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha replicato senza margini alle dichiarazioni del presidente americano, che si era detto disponibile a un confronto. «Nessun colloquio finché le condizioni dell'Iran non saranno soddisfatte. Punto e basta», ha scritto Rezaei sul social X, in inglese, rivolgendosi direttamente alla controparte statunitense.
Le richieste iraniane sul tavolo
Il messaggio del segretario del Consiglio supremo non si limita a un rifiuto. Rezaei ha elencato le condizioni poste da Teheran per qualsiasi riapertura del canale diplomatico: la fine della guerra, la revoca delle sanzioni economiche e lo sblocco dei beni iraniani congelati all'estero. Si tratta di richieste già emerse nelle settimane precedenti, quando la stessa autorità aveva legato la riapertura dello Stretto di Hormuz alla liberazione delle risorse finanziarie bloccate.
L'ordine delle priorità, secondo quanto filtra da Teheran, non ammette inversioni: prima le concessioni, poi eventualmente il negoziato.
Il doppio binario di Teheran
Mentre la diplomazia resta congelata, il fronte militare continua a produrre fatti. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato l'abbattimento di un drone statunitense nello Stretto di Hormuz. Secondo le autorità iraniane, si tratterebbe di un velivolo abbattuto da un sistema di difesa aerea di produzione locale, in quella che viene presentata come una dimostrazione di capacità tecnologica autonoma.
Washington non ha confermato ufficialmente la perdita del drone, ma l'episodio si inserisce in una sequenza di rivendicazioni analoghe che si sono susseguite negli ultimi mesi, tutte concentrate nello stesso tratto di mare.
Un quadro regionale che si allarga
La chiusura iraniana arriva mentre il fronte delle ostilità si estende ben oltre il Golfo. Nel Mar Rosso proseguono gli attacchi alle rotte commerciali, con ripercussioni dirette sui mercati energetici e sui prezzi di gas e petrolio. L'amministrazione americana ha risposto intensificando la pressione economica: nelle settimane precedenti sono state colpite con sanzioni numerose entità e individui legati alla produzione missilistica e aeronautica iraniana, in coordinamento con le misure decise a livello delle Nazioni Unite.
Il risultato è un quadro in cui i canali diplomatici restano formalmente aperti ma di fatto inutilizzati, mentre le parti continuano a scambiarsi accuse e azioni sul terreno.
La posta in gioco delle risorse congelate
Il nodo dei beni congelati rappresenta, per Teheran, una questione di sopravvivenza economica prima ancora che politica. Le stime parlano di decine di miliardi di dollari bloccati in banche straniere, risorse che l'Iran considera proprie e che rivuole indietro senza condizioni preliminari. Le sanzioni statunitensi hanno reso illegali i trasferimenti attraverso il sistema bancario internazionale, costringendo le aziende estere a sospendere i pagamenti a Teheran.
La richiesta iraniana di un rilascio immediato, non dilazionato nel tempo, è stata ribadita con insistenza nelle settimane precedenti ed è ora ribadita come precondizione non negoziabile.
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