Iran, le tre strategie di Trump e lo stallo sullo Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente americano Donald Trump ha delineato le tre possibili strategie che sta valutando per gestire la crisi con l'Iran, in un'intervista rilasciata a Real America's Voice. La prima opzione, come riportato dall'Adnkronos, è quella di mantenere la rotta attuale, continuando a esercitare pressione economica per osservare il collasso del paese.

Trump ha descritto una situazione economica iraniana drammatica, caratterizzata da un'inflazione che ha definito del 300% e da una valuta ormai priva di valore; questa crisi, secondo il presidente, si rifletterebbe anche sulle forze armate, con soldati non pagati che abbandonano il servizio, rendendo la situazione insostenibile per Teheran.

Le opzioni sul tavolo di Washington

Le alternative, ha proseguito Trump, consistono nel colpire militarmente l'Iran in modo molto duro o nel procedere con una sconfitta economica, sebbene il presidente abbia osservato che questa terza via sia già di fatto in atto e si sovrapponga parzialmente alla prima strategia. Trump ha poi sottolineato il ruolo di controllo finanziario esercitato dagli Stati Uniti, affermando che Washington detiene il controllo totale sui fondi iraniani, fungendo di fatto da banchiere del paese e impedendogli di accedere a nuovi prestiti.

In un successivo intervento con i giornalisti nello Studio Ovale, ha ventilato la possibilità di un'ulteriore escalation, sostenendo che gli Stati Uniti hanno la capacità di "decapitare" il paese, se lo ritenessero necessario, e che una maggiore intensificazione del conflitto resta un'opzione percorribile.

La replica di Teheran e le condizioni per Hormuz

La risposta del governo iraniano non si è fatta attendere e, per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha ribaltato la narrazione americana, rivendicando la forza e la resilienza del paese. Araghchi ha dichiarato che l'Iran ha dimostrato al mondo di essere una potenza tenace e invincibile, capace di resistere non solo agli Stati Uniti ma anche al sostegno di Israele e di altri paesi occidentali.

Il ministro ha ricordato come all'inizio del conflitto il presidente Trump avesse chiesto una "resa incondizionata" sui social media; a distanza di soli venti giorni, ha affermato Araghchi, lo stesso avversario stava implorando l'avvio di negoziati, un segnale che la diplomazia iraniana interpreta come un successo.

Sul fronte dello Stretto di Hormuz, teatro cruciale della tensione, il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei, ha trasmesso agli Stati Uniti, tramite mediatori, un elenco preciso di condizioni per la riapertura della via d'acqua.

Le condizioni, riportate dall'agenzia di stampa Irna, includono la fine della guerra in tutta la regione – comprese Gaza e Libano – e lo sblocco dei beni iraniani congelati dagli Stati Uniti; Rezaei ha chiarito che un eventuale accordo tra Iran e Oman sulla gestione dello Stretto non sarebbe di per sé sufficiente a garantirne l'apertura se Washington non accoglierà queste richieste.

Le mosse diplomatiche e l'impatto sui mercati energetici

Nonostante le dichiarazioni ottimistiche arrivate dal Qatar, dove il portavoce del ministero degli Esteri Majed al-Ansari ha riferito che i colloqui tra Teheran e Mascate sono entrati in una fase tecnica avanzata, con le coordinate delle rotte di navigazione già concordate, la tensione resta altissima. Il sistema allo studio prevedrebbe una rotta settentrionale in acque iraniane per le navi in entrata e una rotta meridionale in acque dell'Oman per quelle in uscita, ma la sua implementazione rimane subordinata a un quadro politico più ampio.

Le speranze di una rapida distensione, tuttavia, sembrano svanire sui mercati, dove il prezzo del petrolio ha ripreso a correre. Il Brent è risalito fino a 90 dollari al barile, segnando un incremento del 2,6%, mentre il Wti ha guadagnato il 2,8%, a testimonianza di come le versioni opposte fornite da Washington e Teheran sullo stato dello Stretto – con gli Stati Uniti che lo dicono aperto e sotto controllo e l'Iran che sostiene di averlo chiuso con mine e droni – alimentino l'incertezza su una delle arterie più vitali per il commercio energetico globale.

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