Iran e Stati Uniti, la sfida si sposta sullo Stretto di Hormuz: l’offensiva economica di Washington e la risposta di Teheran

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Washington e Teheran, dopo una fase di relativa calma sul fronte militare, si è riaccesa con una virulenza inaspettata. Gli Stati Uniti hanno ufficialmente annunciato l’avvio di quella che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito come la "più grande offensiva finanziaria mai scatenata contro un avversario", un'operazione che l'amministrazione ha battezzato come il "D-Day economico" dell'Iran.

L'obiettivo dichiarato è quello di isolare completamente la Repubblica Islamica dal sistema economico globale, interrompendo ogni sua "linea di vita finanziaria" e colpendo non solo Teheran, ma anche quei Paesi e quelle aziende che continueranno a fare affari con il regime.

Il "D-Day economico" di Bessent e le nuove sanzioni

Secondo quanto riportato, l’amministrazione Trump ha messo a punto un piano per alzare ulteriormente la pressione, minacciando sanzioni secondarie contro tutti coloro che "facilitano" il funzionamento dell'economia iraniana. Il segretario Bessent, in un intervento sul Financial Times, ha delineato una strategia che mira a estendere la morsa economica su Teheran, colpendo i settori dell'oro, della tecnologia, dell'aviazione e dei trasporti marittimi, con sanzioni che interesseranno una sessantina di entità legate alla Repubblica Islamica.

Questa mossa segna un cambio di passo rispetto alle precedenti campagne di "massima pressione", con l’ambizione di costringere il regime al collasso economico, approfittando di una situazione già resa critica da quasi sei mesi di conflitto, che hanno degradato le capacità militari iraniane e messo a dura prova le sue infrastrutture.

Il vero nodo della nuova offensiva americana, però, è il suo possibile impatto sui partner commerciali dell'Iran, a partire dalla Cina. Pechino, che nel corso del 2025 ha assorbito oltre l'80% delle esportazioni petrolifere marittime iraniane, si trova ora in una posizione estremamente delicata. L’amministrazione statunitense sembra intenzionata a colpire le raffinerie, gli istituti finanziari e le imprese cinesi che consentono a Teheran di aggirare le sanzioni, trasformando di fatto la misura punitiva in un nuovo fronte dello scontro geoeconomico tra le due superpotenze.

La risposta di Pechino, che ha definito le sanzioni come un ostacolo alla risoluzione del conflitto, e la sua determinazione a difendere i propri interessi commerciali, rendono l'esito di questa partita tutt'altro che scontato.

La risposta di Teheran: l'arma dello Stretto di Hormuz

Di fronte a quella che percepisce come una dichiarazione di guerra economica, l'Iran ha risposto con la sua classica minaccia asimmetrica, brandendo l'arma più potente a sua disposizione: lo Stretto di Hormuz. Attraverso il canale, vitale per il trasporto di una quota significativa del petrolio mondiale, transitavano prima del conflitto circa 21,6 milioni di barili al giorno, un flusso che si è già drasticamente ridotto a causa delle ostilità.

Le autorità iraniane, con il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale Mohsen Rezaei, hanno dichiarato che se la guerra economica dovesse proseguire, "non verrà esportata una sola goccia di petrolio, né attraverso lo Stretto di Hormuz né da nessuna parte del Golfo Persico", avvertendo che qualsiasi Paese che partecipi o sostenga la campagna americana sarà considerato un belligerante.

Questa minaccia, tuttavia, va letta con cautela. Da un lato, dimostra che, nonostante i pesanti bombardamenti subiti, l'Iran ha preservato una capacità missilistica e di droni sufficiente a disturbare il traffico navale e a rendere proibitivi i costi per armatori e assicuratori, come dimostra il crollo del volume di greggio transitato nello Stretto, sceso a circa 2 milioni di barili al giorno ad agosto 2026. Dall'altro lato, una chiusura prolungata dello Stretto non farebbe che aggravare la crisi economica iraniana, privando il regime delle sue principali entrate.

Si tratta di una strategia di "mutua distruzione" che mira a internazionalizzare il costo del blocco, costringendo gli Stati Uniti a fare i conti con le ripercussioni sul mercato energetico globale e sulle economie dei propri alleati, che dipendono dalle forniture del Golfo.

Un conflitto entrato nella sua fase finale?

Le parole di Bessent e la minaccia di Teheran dipingono lo scenario di un conflitto che, dopo sei mesi di scontri diretti, sembra essere entrato in una nuova e pericolosa fase. L'obiettivo dichiarato di Washington è quello di "spezzare ogni linea di vita economica" del regime per portarlo al collasso, e il segretario al Tesoro ha parlato apertamente di "fase finale" della guerra.

La strategia americana punta a sfruttare la vulnerabilità economica dell'Iran, già provato da anni di sanzioni, inflazione elevata e un rial ai minimi storici, per ottenere ciò che la forza militare non ha ancora raggiunto. Tuttavia, la mossa è carica di rischi, primo fra tutti quello di una escalation incontrollata che potrebbe coinvolgere la Cina e far precipitare una crisi globale.

Mentre i mediatori, come il Pakistan, tentano di tessere una trama diplomatica per allentare la tensione, la partita si gioca tutta sulla capacità di Teheran di resistere all'assedio e sulla determinazione di Washington a portarlo a termine, con lo Stretto di Hormuz che si conferma essere il teatro decisivo di questo confronto.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.