La controffensiva israeliana sul cielo di Teheran e la chiusura dello Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’operazione militare israeliana, ribattezzata “Cintura di Fuoco”, prosegue ininterrotta sulla capitale iraniana con raid che le Forze di Difesa israeliane hanno definito mirati a smantellare quelle che descrivono come le infrastrutture chiave del “regime terrorista”. Fonti militari citate da agenzie internazionali riferiscono di oltre 700 sortie aeree condotte nell’arco di ventiquattr’ore, con il lancio di migliaia di ordigni che avrebbero di fatto garantito a Israele una “superiorità aerea” sui cieli di Teheran. Colpiti, secondo i portavoce dell’Idf, il quartier generale politico delle Guardie della Rivoluzione, diversi centri di comando dell’aviazione e strutture legate alla pubblica sicurezza; una strategia che mira a decapitare la catena di comando iraniana, dopo che nella giornata di sabato un’azione congiunta con gli Stati Uniti aveva già portato all’uccisione della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e di altri alti ufficiali.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere soltanto sul piano militare, ma ha assunto i contorni di una minaccia strategica globale. Ebrahim Jabbari, influente consigliere del comandante in capo delle Guardie Rivoluzionarie, è comparso sulla televisione di Stato per annunciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo cruciale attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e oltre il trenta per cento del gas naturale liquefatto. Le parole del generale sono state nette e prive di ambiguità: qualsiasi nave, cisterna o petroliera tenti di attraversare quelle acque verrà presa di mira e data alle fiamme, con l’obiettivo dichiarato di bloccare ogni esportazione di greggio dalla regione, colpendo così gli interessi occidentali e degli alleati del Golfo. Una dichiarazione di guerra economica che ha immediatamente fatto impennare le quotazioni del Brent, balzato in poche ore da sessanta a settantacinque dollari al barile, con le stime degli analisti che ipotizzano un possibile raggiungimento della soglia psicologica dei cento dollari se la crisi dovesse protrarsi.

Mentre i caccia israeliani continuano a colpire e le difese antiaeree iraniane tentano di rispondere, il conflitto allargato lascia ferite profonde anche sul tessuto civile e culturale del paese. Le cronache locali, raccolte da agenzie di stampa e riprese da testate specializzate, riportano danni significativi al Palazzo del Golestan, gioiello architettonico incastonato nel cuore di Teheran e patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO. Le onde d’urto provocate dalle esplosioni in piazza Arag, nel settore meridionale della città, hanno infranto le vetrate storiche della Sala degli Specchi, danneggiato porte d’epoca risalenti alla dinastia Qajar e provocato crepe nei delicati mosaici che adornano il Trono di Marmo. Un danno collaterale, ma dall’alto valore simbolico: il Golestan, il cui nome significa “giardino delle rose”, rappresentava da secoli il luogo di incoronazione degli scià e l’incontro tra l’arte persiana e le influenze occidentali, e vederlo ferito dai bombardamenti ha suscitato dolore e preoccupazione tra attivisti e storici dell’arte.

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