Compagnie aeree, il conto della guerra: “Potrebbero fallire entro un mese”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La clessidra del cielo europeo, va detto, viaggia adesso a bordo di una petroliera lunga 250 metri. Si chiama Rong Lin Wan, batte bandiera di Singapore, ed è diretta a Rotterdam con un carico di cherosene per aerei partito il 26 febbraio dal Kuwait. Quando attraccherà nel tardo pomeriggio del 9 aprile, potrebbe segnare uno spartiacque: secondo le ricostruzioni disponibili, è infatti l’ultimo carico di jet fuel salpato dal Golfo Persico verso l’Europa prima del blocco dello Stretto di Hormuz, una chiusura decisa dall’Iran e che di fatto trasforma l’approvvigionamento energetico in una variabile di guerra.
L’allarme, peraltro, non è soltanto logistico. Gediminas Ziemelis, fondatore di Avia Solutions Group, ha dichiarato senza mezzi termini che molte compagnie aeree potrebbero fallire entro poche settimane – forse un mese – se il conflitto in Medio Oriente non dovesse concludersi a brevissimo. Un’affermazione pesante, la sua, che trova un precedente soltanto nella crisi innescata dalla pandemia da Covid. «Dobbiamo essere pronti ad affrontare qualsiasi rischio», ha avvertito Ziemelis, mentre il settore registra già un crollo delle prenotazioni e un’impennata dei costi del carburante tale da rendere insostenibile la pianificazione operativa per la stagione estiva.
Volotea taglia i voli e l’effetto domino si avvicina
La prima avvisaglia concreta, in Europa, arriva da Barcellona. Volotea, la compagnia low-cost spagnola, ha annunciato modifiche alla propria programmazione con conseguente cancellazione di alcuni voli. «A causa di ragioni operative legate all’instabilità geopolitica in Medio Oriente e al forte aumento dei prezzi del carburante nel breve termine», si legge nella nota ufficiale, i team della compagnia hanno già contattato tutti i passeggeri interessati per offrire loro – senza costi aggiuntivi – la modifica del volo o il rimborso completo. Una procedura corretta, certo, ma che non nasconde la fragilità di un modello di business basato su margini sottili e su una domanda che, di colpo, è diventata imprevedibile.
Non è solo il rincaro del cherosene, quasi raddoppiato rispetto ai giorni precedenti lo scoppio del conflitto contro l’Iran (iniziato il 28 febbraio). È anche la difficoltà oggettiva di rifornirsi, con lo Stretto di Hormuz trasformato in un collo di bottiglia militare. E in questo scenario, va ricordato, Donald Trump siede di nuovo alla Casa Bianca, un dettaglio non secondario se si considera la postura americana nella regione e il peso che Washington ha nel garantire le rotte marittime internazionali.
Rischio credito e approvvigionamento: il nodo che nessuno vuole vedere
A mettere nero su bianco la portata del problema ci ha pensato Scope Ratings. In un report recente, l’agenzia ha evidenziato come il conflitto in Medio Oriente abbia accentuato l’attenzione sui molteplici canali attraverso i quali il carburante incide sul rischio di credito delle compagnie aeree europee. Le pressioni sui costi sono reali, quasi tangibili, ma gli operatori devono fare i conti anche con il rischio di approvvigionamento: un fattore, quest’ultimo, che nelle crisi precedenti era sempre stato marginale. Oggi non più.
La differenza rispetto ad altre fasi di tensione, e va sottolineato, è che l’efficienza dei singoli vettori dipenderà sempre più dalla logistica e meno dalla capacità di fare cassa con i riempitivi. In altre parole, chi non avrà garantito riserve di carburante o contratti di fornitura alternativi si troverà con gli aerei a terra non per mancanza di passeggeri, ma per mancanza di cherosene. Una prospettiva che ribalta le gerarchie tradizionali del settore.
La petroliera fantasma e l’estate dei voli cancellati
La Rong Lin Wan, quella lunga 250 metri che sta solcando in questi giorni le rotte marittime, rappresenta quindi molto più di una consegna. È il simbolo di un prima e di un dopo. Dopo il 9 aprile, se l’Iran manterrà il blocco, l’Europa dovrà arrangiarsi con le scorte esistenti e con rotte alternative molto più lunghe e costose. I voli cancellati, insomma, rischiano di diventare la norma già nel corso della primavera, con l’estate che si profila all’orizzonte come una stagione di aerei parcheggiati sulle piste. E i fallimenti paventati da Ziemelis, a questo punto, non sembrano più uno scenario apocalittico: sono un’ipotesi concreta che le agenzie di rating e gli amministratori delegati stanno già mettendo nero su bianco, senza più alcuna indulgenza.




