L’addio a Beccalossi, l’artista mancino che sfidò la logica del calcio
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Redazione Sport
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L’idea che un talento così irriverente potesse spegnersi in una stanza d’ospedale, tra il ronzio dei macchinari e il silenzio di una notte qualunque, sembra quasi una contraddizione. Eppure è accaduto: Evaristo Beccalossi, il numero 10 che aveva fatto dell’imprevedibilità un marchio di fabbrica, se n’è andato a 69 anni, a pochi giorni da quel traguardo dei settanta che non potrà più tagliare. La notizia, diffusa prima dal Giornale di Brescia e poi ripresa con dolore dal mondo nerazzurro, parla di un decesso avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì, all’interno della clinica Poliambulanza di Brescia. Era lì, in quella stessa città che lo aveva visto nascere il 12 maggio 1956, che Beccalossi lottava da più di un anno contro le conseguenze di un’emorragia cerebrale, quella del gennaio 2025, che lo aveva costretto a 47 lunghi giorni di coma e a una lenta, vana agonia.
Per chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare – e lo dico da giornalista che ne ha ascoltato le gesta raccontare nei bar, negli spogliatoi e persino in qualche sala stampa di provincia – ricordarlo significa ritrovarsi impigliati in un paradosso. Beccalossi era destro di nascita, ma scelse da bambino, con una testardaggine quasi ossessiva, di diventare mancino. Lo faceva nel garage di casa, calciando ore contro un muro, finché il piede “debole” non divenne l’arma principale. Il risultato? Un calciatore ambidestro, capace di eludere qualsiasi marcatura perché il suo non rispettava le regole della biomeccanica: il pallone sembrava incollato al suo sinistro, ma il destro poteva emergere all’improvviso, nei gesti più inaspettati. Nessuno ha mai insegnato quel tipo di fantasia; al massimo, come si dice giustamente in questi casi, il talento è un dono che si alleva con la pazienza del maniaco. E lui quel dono lo ha trasformato in dribbling imprevedibili, in esterni a effetto che lasciavano i difensori a guardare il vuoto.
Un’icona ribelle nell’Inter degli anni Ottanta
La sua storia con la maglia nerazzurra comincia sul finire degli anni Settanta e si intreccia indissolubilmente con un decennio, quello Ottanta, in cui il calcio italiano scopriva la tattica più ferrea. Beccalossi era l’elemento di disturbo: l’antitesi del gregario, l’insubordinato di lusso che non cercava la corsa in rettilineo quanto l’invenzione. I tifosi dell’Inter lo hanno amato per questo, per quel suo modo di trattare la sfera come se fosse un prolungamento dell’anima, e anche per quel carattere fuori dagli schemi che lo rendeva malinconico, ironico, a tratti incomprensibile ai più. Lui, nato a Brescia, divenne uno di loro – o meglio, come recita il cordoglio ufficiale del club, “era sempre uno di noi”. Una frase che suona vera proprio perché Beccalossi non ha mai recitato la parte del campione compassato; restava un ragazzo del quartiere, capace di un tunnel secco quanto di una risata amara.
L’emorragia cerebrale e l’ultimo, difficile anno
Le condizioni critiche iniziarono a emergere nel gennaio 2025, quando un’emorragia cerebrale lo colpì all’improvviso, gettandolo in un coma che sarebbe durato 47 giorni. Un periodo interminabile per chi gli voleva bene, vissuto tra speranze flebili e bollettini medici sempre prudenti. Da allora, per più di un anno, Beccalossi ha abitato una zona grigia, tra la vita e la morte, tra l’ospedale e la nostalgia di un campo da calcio che non avrebbe più calcato. La rieducazione, i miglioramenti lenti, le ricadute: nessuno ha mai parlato di miracoli, ma molti speravano ancora di vederlo tornare almeno a passeggiare per le strade di Brescia. Invece il destino ha scelto la notte tra martedì e mercoledì, nella clinica Poliambulanza, per chiudere una storia che avrebbe meritato un epilogo diverso, magare più romantico, sicuramente meno segnato dal dolore.
Il vuoto che lascia un artista del pallone
L’abbraccio dell’FC Internazionale Milano, che si è unito al cordoglio della famiglia, non è una formalità di circostanza. C’è qualcosa di autentico in quel “ci sembra impossibile” che accompagna la dichiarazione ufficiale del club, perché Beccalossi, coi suoi gol, i suoi assist e quelle giocate che sembravano sfidare la fisica, aveva costruito un legame viscerale con la curva. E anche chi non l’ha visto giocare dal vivo – magari un ragazzo di oggi, abituato a metriche e dati – può capire la portata della perdita se solo si ascolta il racconto di chi c’era. Di lui resteranno i video sgranati, le movenze eleganti, quel sinistro che partiva come una frustata; ma soprattutto resterà l’idea che nel calcio, come nella vita, c’è spazio per l’imprevedibile. Anche quando l’imprevedibile, stavolta, si è preso un uomo prima del tempo.




