L’addio a Beccalossi, il “poeta” del pallone che incantava anche senza correre
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Redazione Sport
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La camera ardente allestita alla Poliambulanza di Brescia è diventata il palcoscenico di un dolore collettivo, dove il via vai incessante di tifosi, ex compagni e dirigenti ha restituito la misura di un vuoto incolmabile. Evaristo Beccalossi, l’ex fantasista dell’Inter scomparso a 69 anni, viene ricordato proprio lì, tra la sua gente, mentre arrivano le ultime, toccanti testimonianze di chi ne ha condiviso lo spogliatoio. Gigi Maifredi, bresciano ed ex allenatore, ha scelto di non parlare solo del calciatore, ma dell’uomo che sedeva alla loro tavola: “Io l’ho conosciuto di più come uomo che come calciatore – ha detto Maifredi, presente alla camera ardente – perché faceva parte della nostra compagnia e spesso veniva con noi a mangiare il venerdì, a giocare a carte”. Un ritratto intimo, quello dipinto dall’allenatore, che scava sotto la superficie del fenomeno per trovare l’amico genuino, capace di condividere il tempo libero lontano dai riflettori del Meazza.
L’arte sottile dell’umiltà e il rimpianto dei compagni
A definire il senso della sua eredità ci ha pensato Marco Zambelli, ex calciatore del Brescia e oggi tecnico delle giovanili della squadra lombarda, il quale ha fissato il ricordo in una formula che suona come un verdetto: “È una di quelle persone che resterà in eterno, il suo ricordo resterà sempre, credo che questo definisca il tutto. Per l’artista e l’uomo che è stato”. L’umiltà, secondo Zambelli, è stata la cifra distintiva di un fuoriclasse che non ha mai perso il contatto con la realtà, nemmeno quando incantava San Siro. E proprio in quel rettangolo verde, Beccalossi era considerato un “artista” da chi gli correva accanto; Beppe Bergomi lo ha definito “un faro”, un punto di riferimento per una generazione, mentre Alessandro Altobelli, legato a lui da un’amicizia profonda che andava ben oltre i compagni di reparto, ha dovuto digerire la notizia da lontano.
Un ultimo applauso in attesa del funerale
Il cordoglio ha assunto toni particolarmente drammatici nelle parole di Altobelli, il quale si trova attualmente in Kuwait e non riesce a rientrare in tempo per l’estremo saluto: “Come posso stare? Male, male, male. Quando si è ammalato siamo andati a trovarlo, ho sperato in qualcosa, in qualche miglioramento”. L’ex attaccante ha raccontato di un telefono che ha iniziato a squillare “senza sosta” già da mercoledì, e della moglie che gli ha dato “questa notizia devastante”. La circostanza, per lui, è resa ancor più amara dall’impossibilità logistica di tornare: “La cosa più brutta è che ora sono in un paese dal quale non riesco a rientrare subito, non riesco a tornare per il funerale”. Quel funerale, che rappresenterà l’ultimo pubblico abbraccio, sarà celebrato venerdì 8 maggio alle 13.45 nella chiesa della Conversione di San Paolo, nel quartiere cittadino di San Polo, lo stesso dove Beccalossi era nato calcisticamente.
L’interminabile corteo di un campione senza tempo
Sin dall’apertura della camera ardente, avvenuta mercoledì 6 maggio e proseguita anche oggi dalle 9 alle 19, il tributo è stato imponente: ex compagni, amici, dirigenti sportivi e soprattutto tantissimi tifosi hanno sfilato in un silenzio rispettoso per rendere onore a chi, con un pallone tra i piedi, sapeva essere imprevedibile e sublime. Basti pensare che Beccalossi, nonostante un fisico non mai eccezionale e una certa avversione per le corse inutili, aveva trasformato il calcio in un’espressione artistica personale, un modo per dribblare non solo l’avversario ma anche la noia degli schemi. La sua scomparsa, avvenuta a pochi giorni dal compimento dei 70 anni che avrebbe festeggiato il 12 maggio, chiude il sipario su una delle figure più amate e controverse del calcio italiano, un genio che forse avrebbe potuto dare ancora di più ma che ha scelto di divertirsi, regalando emozioni che nessuna statistica potrà mai raccontare pienamente.




