Chivu e l’addio a Beccalossi: niente minuto di silenzio, ma il pensiero dell’Inter non è mancato
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Redazione Sport
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L’onda emotiva che accompagna la scomparsa di un simbolo, come Evaristo Beccalossi, capace di intrecciare la propria parabola con i momenti più alti della storia nerazzurra, non segue necessariamente i protocolli ufficiali. Lo ha dimostrato Cristian Chivu, tecnico dell’Inter, nella conferenza stampa successiva al match contro la Lazio: a chi gli chiedeva se fosse deluso dall’assenza di un minuto di silenzio prima del fischio d’inizio – rito ormai consolidato per onorare i grandi ex – l’allenatore romeno ha risposto con una secchezza priva di retorica, quasi spiazzante in un calcio che spesso si nutre di cerimoniali vuoti. “Perdere una persona cara, che ha scritto la storia dell’Inter ci rammarica”, ha dichiarato Chivu, portando le condoglianze alla famiglia e all’intero ambiente nerazzurro. “Il mancato minuto di silenzio? Da quando abbiamo saputo della sua scomparsa noi abbiamo sempre pensato a lui”. Una frase che sposta il fulcro dal gesto esterno alla memoria interiore, trasformando l’assenza di un rito in una presenza mentale continua.
Il 3-0 alla Lazio e l’ironia tattica di Chivu: dal 5-5-5 di Canà a Mourinho
Sul campo, però, l’Inter non si è limitata a ricordare. Ha giocato, e stravinto. Con lo scudetto già al sicuro in bacheca, la squadra di Chivu ha inflitto tre reti alla Lazio all’Olimpico, un risultato netto che l’allenatore ha subito ridimensionato in chiave futura. “Anche se mercoledì ci sarà una partita diversa, quindi stiamo attenti”, ha ammonito, richiamando la concentrazione in vista della finale di Coppa Italia del 13. E quando un giornalista gli ha chiesto di eventuali cambi di modulo, Chivu ha lasciato affiorare un sorriso amaro e colto: “Mi viene in mente il 5-5-5 di Oronzo Canà”. Un riferimento cinematografico – la celebre difesa a rombo immaginaria del film “L’allenatore nel pallone” – che svela, tra le righe, la consapevolezza che gli schemi contano fino a un certo punto. E poi una virata su José Mourinho, senza aggiungere dettagli, quasi a suggerire che l’eredità del portoghese pesa ancora come un’ombra gigantesca negli spogliatoi.
Lautaro, il gruppo e la ricetta di Chivu: “Contano valori e mentalità”
A fare la differenza, secondo il tecnico nerazzurro, non sono i disegni tattici bensì l’ossatura umana. Il rientro da titolare di Lautaro Martínez, immediatamente accompagnato da un gol, è stato il segnale più evidente di una macchina che non intende fermarsi. “Il merito di Lautaro è quello di metterci anima e professionalità, cercando di dare tutto quello che ha ogni volta che gioca, così come quello degli altri è seguirlo e metterlo in condizione di fare determinate cose”, ha spiegato Chivu. “La vittoria dello scudetto è merito di un gruppo e una squadra fantastica. Abbiamo principi e valori che bisogna aggiungere. I giocatori si divertono cercando di dominare il gioco, poi il sistema usato conta poco: contano valori, mentalità e tutto ciò che si fa, come si occupa il campo rispetto all’avversario e al suo atteggiamento difensivo”. Una dichiarazione che ribalta la narrazione corrente – ossessivamente focalizzata sui moduli – per restituire centralità all’intensità e all’occupazione razionale degli spazi.
Finale di Coppa Italia e il fantasma del 2025: l’Inter non abbassa la guardia
Nonostante la goleada, sia i nerazzurri che la Lazio hanno tenuto a precisare che “la finale di Coppa Italia sarà tutta un’altra partita”. Una formula di cortesia, in questo caso, sorretta da fatti concreti: il gol a freddo di Lautaro e una classifica che per i biancocelesti balla tra l’ottavo e l’undicesimo posto (solo due punti di distanza dalla colonna destra) non hanno permesso alla squadra di Sarri di restare agganciata alla partita. Le occasioni migliori per la Lazio sono arrivate in inferiorità numerica, quando l’Inter aveva già abbassato i giri del motore, pensando al replay di mercoledì sera (alle 21, in diretta su Canale 5). Eppure, Chivu ha voluto lanciare un avvertimento implicito: “Stiamo attenti”. Perché l’ombra del 2025 – l’anno in cui il ciclo attuale potrebbe chiudersi o dover essere radicalmente rinnovato – aleggia silenziosa, anche se nessuno la nomina. La squadra appare affamata, mai sazia, pronta a giocarsi il bis nella coppa nazionale senza concedere sconti.




