Inter, Chivu: "Mancato minuto di silenzio per Beccalossi? Noi abbiamo sempre pensato a lui"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   ROMA – La vittoria netta per 3-0 contro la Lazio, firmata dai gol di Lautaro Martinez, Sucic e Mkhitaryan, rappresenta per l'Inter campione d'Italia molto più di un semplice antipasto della finale di Coppa Italia in programma mercoledì sempre all'Olimpico. È stata una prova di maturità e forza, quella messa in campo dalla squadra di Cristian Chivu, che però in conferenza stampa ha preferito scaricare la pressione, concentrandosi sugli aspetti emotivi più che su quelli tattici, e spostando l'attenzione su un lutto che ha colpito il mondo nerazzurro.

Alla vigilia del match, la scomparsa di Evaristo Beccalossi, storica bandiera dell'Inter, aveva gettato un'ombra di tristezza sull'ambiente. Alla domanda se fosse rimasto deluso dall'assenza di un minuto di silenzio prima del fischio d'inizio, il tecnico rumeno ha voluto spegnere qualsiasi polemica con una dichiarazione che suona come un autentico atto d'affetto: "Perdere una persona cara, che ha scritto la storia dell'Inter ci rammarica", ha esordito Chivu, eludendo la retorica del gesto istituzionale per rifugiarsi nella sfera privata del sentimento. "Il mancato minuto di silenzio per ricordarlo? Da quando abbiamo saputo della sua scomparsa noi abbiamo sempre pensato a lui", ha aggiunto, quasi a voler significare che un ricordo sincero non ha bisogno di ritualismi imposti dal calendario o dal cerimoniale, vivendo piuttosto nella testa e nel cuore di chi lo ha conosciuto e stimato.

Una risposta ironica a Mourinho e il peso dello scudetto

Mantenendo un registro colloquiale ma schietto, Chivu ha poi spaziato su altri temi caldi, senza mai perdere di vista l’obiettivo principale della stagione. Alla provocazione lanciata da Josè Mourinho, il quale aveva sostenuto che nessun giocatore dell’Inter attuale avrebbe trovato posto nel Triplete del 2010, l'allenatore nerazzurro ha risposto con la consapevolezza di chi quella storia l'ha vissuta in prima persona, giocando da titolare proprio nella finale di Madrid. "Mi godo questa squadra. Io ho fatto parte dell'altra", ha ribadito Chivu, chiudendo di fatto un confronto che ritiene sterile e figlio di epoche differenti, lontane sedici anni. Sul fronte della tattica, poi, l'ironia ha preso il sopravvento quando, a chi gli chiedeva di possibili novità per il prossimo anno, ha risposto con un sorriso: "Mi viene in mente il 5-5-5 di Oronzo Canà", citando il celebre modulo del film "L'allenatore nel pallone".

Nonostante lo scudetto sia già in bacheca, il tecnico ha preteso una squadra "affamata e mai sazia", e il 3-0 rifilato alla Lazio ne è stata la prova più evidente. Il rientro da titolare di Lautaro Martinez, subito a segno, è stata la notizia sportiva più rilevante, ma Chivu ha voluto distribuire equamente i meriti: "Abbiamo vinto uno scudetto e abbiamo una finale da giocare. Il merito è di tutti; di Lautaro Martinez che ci mette la serietà e la professionalità dando tutto. E anche degli altri che lo seguono, il merito è del gruppo e di una squadra fantastica che vive una cosa speciale". Una dichiarazione che fotografa uno spogliatoio coeso, dove il talento individuale del capitano si sposa perfettamente con il sacrificio dei compagni.

L’antipasto non inganna: la finale è un’altra storia

Se la goleada rappresenta un ottimo biglietto da visita in vista del rush finale, Chivu ha voluto mettere in guardia i suoi ragazzi dal pensare che mercoledì sarà una semplice replica del match di campionato. Pur travolgente, la prestazione dell'Olimpico non garantisce nulla per l'ultimo atto della Coppa Italia. "Anche se mercoledì ci sarà una partita diversa, quindi stiamo attenti", ha ammonito l'allenatore, analizzando a freddo la prestazione. "Bisogna essere pronti e preparati al meglio dal punto di vista mentale, senza perdere personalità e quello che di buono abbiamo fatto fino a ora in stagione". Un monito chiaro: la Lazio di Sarri, in una finale secca, avrà fame di rivincita, e l'Inter non potrà permettersi cali di tensione o superficialità, soprattutto dopo l'espulsione subita dall'avversario che, paradossalmente, aveva complicato la gestione finale del match. La certezza, al netto delle parole, è che questa Inter ha dimostrato di saper cambiare marcia quando serve; ora l'appuntamento è con la storia per provare a realizzare il double, forte di un presente radioso e di un passato (quello di Beccalossi) che nessuno vuole dimenticare.

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