Chivu e il minuto di silenzio negato: «A Beccalossi abbiamo pensato sempre noi»
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Redazione Sport
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La conferenza stampa post partita, quella che solitamente si perde in un groviglio di luoghi comuni e dichiarazioni di circostanza, si è trasformata ieri in un palcoscenico di schiettezza per Cristian Chivu. Il tecnico dell’Inter, interpellato sulla mancata osservazione del minuto di silenzio prima del fischio d’inizio di Lazio-Inter in memoria di Evaristo Beccalossi, non ha cercato facili alibi né si è nascosto dietro un diplomatico «non ho visto». La sua risposta, secca e insieme malinconica, ha spiazzato chi si aspettava una recriminazione formale: «Da quando abbiamo saputo della sua scomparsa, noi abbiamo sempre pensato a lui». Con queste parole, pronunciate a caldo nello stadio Olimpico ancora gremito di tifosi festanti, Chivu ha messo in chiaro che il ricordo di chi ha scritto pagine importanti della storia nerazzurra non ha bisogno di un rituale imposto dal cerimoniale. E ha aggiunto, quasi a mo’ di epitaffio privato, che perdere una persona cara «ci rammarica», porgendo le condoglianze alla famiglia e a «tutto il mondo Inter». Nessuna polemica, nessun vittimismo: solo la consapevolezza che l’affetto vero non si decreta con un silenzio collettivo, ma si porta dentro, anche mentre si gioca una partita decisiva per il cammino verso la finale di Coppa Italia.
Un 3-0 che pesa come un macigno sul morale biancoceleste
Sul terreno di gioco, intanto, l’Inter non ha concesso spazio a sentimentalismi o distrazioni. Il primo round di questa sfida articolata su due atti – quello di campionato e quello di mercoledì, sempre all’Olimpico, per l’assegnazione della Coppa Italia – è finito nelle mani di una squadra famelica, capace di infliggere un secco 3-0 alla Lazio. A firmare la sentenza ci hanno pensato Lautaro Martinez, Sucic e Mkhitaryan: tre nomi, tre pennellate che hanno messo in luce i limiti di una formazione biancoceleste apparsa spaesata e remissiva. Per i padroni di casa, la sensazione che aleggia negli spogliatoi non è soltanto quella di una rincorsa al settimo posto ormai compromessa, ma anche la certezza amara che per avere qualche speranza nella finale di mercoledì servirà una prestazione diametralmente opposta a quella offerta ieri. Gli uomini di Chivu, al contrario, hanno mandato un segnale inequivocabile: il morale è altissimo, e la trasferta romana ha smesso di essere un tabù.
Lautaro e la fame da “mostri sacri”, Motta tradito dai suoi
A fare la differenza, come spesso accade quando l’aria si fa pesante, è stato il capitano. Il gol di Lautaro Martinez in avvio non è stato solo una questione di tempismo, ma il manifesto di un’Inter che non si accontenta di vincere lo scudetto e che vuole macinare tutto ciò che trova sulla sua strada: punti, gol, trasferte vittoriose. Dall’altra parte, però, la notazione più interessante arriva dalle pagelle del nostro direttore, Guido De Angelis, che non lesina giudizi severi su chi ha tradito di fronte all’impegno. In particolare, l’analisi si concentra sulla prestazione del portiere Motta, giudicato con un 5,5: «Non ha enormi colpe sui gol incassati – si legge –, resta in porta sul tap-in al volo di Lautaro, il tiro da biliardo di Sucic non era troppo angolato, su Mkhitaryan non gli riesce l’uscita prodigiosa». Eppure, proprio qui sta l’osservazione più acuminata: «Non è certamente colpa sua se è arrivato a questi livelli così presto, ma è chiaro che quando si gioca contro dei mostri sacri del nostro calcio dotati di killer instinct, si faccia presto a sfigurare». Un giudizio spietato, che fotografa l’abisso tecnico e psicologico tra una giovane promessa e veterani abituati a decifrare le partite nei momenti che contano.
Le strade di Roma invase dall’amore nerazzurro, in attesa della finale
E mentre la Lazio si interroga su come limitare i danni già dal primo minuto della prossima gara, l’Inter ha già trasformato questa trasferta in una festa senza fine. L’amore dei tifosi per i campioni d’Italia non conosce confini, e ieri ha letteralmente invaso le strade della capitale, come da copione ormai consolidato. Non sarà diverso mercoledì, giorno della finale di Coppa Italia, quando l’Olimpico tornerà a ospitare lo stesso identico duello. Eppure questo sabato di primavera, con tutto il suo carico di emozioni e ricordi – compreso quello doloroso per Beccalossi –, non è stato snobbato da nessuno. Tantomeno da un’Inter famelica, guidata dal suo capitano, che ha scelto di rispondere sul campo piuttosto che lamentarsi per un minuto di silenzio mancato. Perché, come ha insegnato Chivu, c’è chi pensa ai propri cari anche mentre segna tre gol e si prepara a sollevare un altro trofeo.




