L’addio a Beccalossi, Ruggeri: «È morto uno dei miei fratelli»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sulla piccola via che costeggia la chiesa della Conversione di San Paolo a Brescia, il traffico è stato deviato già dalle prime ore del mattino, un segnale – per chi conosce il ritegno delle cerimonie funebri in provincia – che la folla sarebbe stata ben superiore alle stime prudenziali. All’interno, dove l’altare appare quasi sommerso dalle corone di fiori, tra i banchi si stringono centinaia di persone; molte altre restano sul sagrato, in piedi, sotto un cielo velato. Si celebra il funerale di Evaristo Beccalossi, l’ex centrocampista dell’Inter scomparso il 6 maggio all’età di 69 anni, a pochi giorni dal settantesimo compleanno che avrebbe compiuto il 12 maggio. E proprio mentre don Angelo, visibilmente commosso, prende la parola, una voce familiare emerge dal silenzio dei fedeli: quella di Enrico Ruggeri. Il cantautore, che di Beccalossi è stato amico fraterno per decenni, rompe – senza volerlo – l’austerità del rito con un ricordo che diventa subito epitaffio: «Ricordi? Sono tantissimi, viaggi fatti assieme, progetti, stupidaggini, cene. È morto uno dei miei fratelli».

Il feretro con la maglia numero 10 e la sciarpa nerazzurra

Sul legno chiaro della bara spiccano due oggetti, e non sono certo banali cimeli: una sciarpa dell’Inter e la maglia numero 10, quella che Beccalossi indossò negli anni d’oro della Beneamata, quando il suo sinistro faceva sognare lo stadio. Accanto, quasi a volerne ribadire le radici, anche una casacca dell’Union Brescia, il club delle sue origini calcistiche. È una scelta voluta dalla famiglia, che ha ricevuto in queste ore centinaia di messaggi, ma anche una presenza istituzionale in prima fila – la sindaca Laura Castelletti, presente con la fascia tricolore – e una nutrita delegazione nerazzurra. Tra i banchi si notano il vicepresidente Javier Zanetti, il direttore sportivo Piero Ausilio e l’attaccante Francesco Pio Esposito, bresciano d’adozione. E poi Giuseppe Baresi, bresciano doc, altro simbolo dell’Inter con cui Beccalossi condivise spogliatoi e una lunga amicizia nata nei campi della provincia.

Don Angelo e la citazione della canzone scritta da Ruggeri

L’omelia di don Angelo evita ogni retorica, proprio perché il sacerdote – che ha assistito Beccalossi anche negli ultimi giorni, quando le condizioni di salute erano ormai segnate da un lungo periodo di coma dopo il malore accusato a gennaio 2025 – lo conosceva bene. «Evaristo era bello da guardare», dice, citando il verso di una canzone che Enrico Ruggeri gli aveva dedicato. Non un caso: Ruggeri, arrivato tra i primi insieme a Max Pezzali, ha voluto sedersi in una posizione defilata, ma il suo dolore è trasparente. Lui e Beccalossi condividevano più della semplice simpatia; negli anni Ottanta e Novanta avevano attraversato insieme notti, tour, trasferte, e persino qualche “stupidaggine” da giovani adulti che non amano le convenzioni.

Mille persone a Brescia per l’ultimo saluto al “Becca”

Le stime parlano di almeno mille presenze tra interno ed esterno della chiesa. Molti ex calciatori, dirigenti locali e tifosi comuni hanno voluto rendere omaggio a quello che tutti chiamavano affettuosamente “Becca”. La sua carriera – da fantasista puro, capace di incantare senza mai inseguire la statistica – è stata ripercorsa in silenzio, più con gli sguardi che con le parole. Non ci sono state bandiere sociali o manifestazioni di piazza, perché il calcio di un’altra epoca preferiva il gesto tecnico alla dichiarazione. Beccalossi, nato a Brescia nel 1956, era diventato una bandiera interista pur senza aver mai vinto uno scudetto: un paradosso solo apparente, perché la sua classe bastava a renderlo indimenticabile. Da un anno, dopo quel grave malore del gennaio 2025 e il successivo coma, la sua salute non aveva più dato tregua. I funerali di oggi hanno chiuso un capitolo, ma per chi l’ha conosciuto davvero – come Ruggeri, come Baresi, come quei mille in chiesa – il ricordo non ha bisogno di epiloghi.

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