L’ultimo applauso a Beccalossi: chiesa gremita per il funerale a Brescia
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Redazione Sport
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La rivalità sportiva, si sa, conta poco quando il sipario si chiude su un artista. E così, ieri pomeriggio nella chiesa della Conversione di San Paolo, a Brescia, non c’erano solo i colori nerazzurri a gremire i banchi e il sagrato: c’erano anche il gonfalone del Milan e migliaia di cuori, di quelli che battono per il calcio vero, quello di una volta. A fare da sfondo all’ultimo saluto a Evaristo Beccalossi – il “Becca” scomparso a 69 anni nella notte tra martedì e mercoledì dopo un anno di agonia seguito a un grave malore e a un lungo coma – è stata una folla composta e numerosa, accorsa per abbracciare la moglie Daniela e la figlia Nagaja. Tra i presenti, una folla eterogenea che mescolava volti noti e gente comune: dal vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti all’ex ct della Nazionale Cesare Prandelli, passando per i cantanti Enrico Ruggeri (che del “Becca” era amico fraterno) e Max Pezzali. Sul feretro, a ricordare la sua essenza di "giramondo" del pallone, erano adagiate due maglie con il suo numero iconico, il dieci: una dell’Inter e una dell’Union Brescia, a testimonianza delle sue radici.
Il "poeta del pallone" e l'abbraccio dei suoi compagni
Dentro la chiesa, il parroco don Marco Mori – affiancato da don Angelo Calorini – ha utilizzato un tono volutamente colloquiale e diretto per ricordare l’estro del fantasista. «Non c’è niente di blasfemo – ha detto Mori, citando il celebre coro dei tifosi – nel cantare “Evaristo non lo ferma neanche Cristo”. Da interista e da prete, posso dire che era vero». E di “vere”, nel pomeriggio bresciano, c’erano soltanto lacrime e ricordi condivisi. A rappresentare il mondo che fu di quella Grande Inter ci pensavano le colonne d’acciaio di ieri: Giuseppe Bergomi, Lele Oriali, Giuseppe Baresi, Ivano Bordon, Aldo Serena e Marco Branca. Tutti loro si sono stretti attorno alla famiglia, in un rituale che sapeva di spogliatoio e di vecchie amicizie, lontano dalle logiche del business attuale.
Era palpabile, nell’aria, la mancanza di un pezzo fondamentale di quella storia. Alessandro Altobelli – “Spillo”, l’amico fraterno, il partner storico di quella coppia d’attacco che fece impazzire la Milano di fine anni Settanta – non è riuscito a raggiungere Brescia. Bloccato in Kuwait per lavoro, con i collegamenti aerei saltati, ha affidato la sua voce al figlio Mattia. «Papà perde un fratello – ha letto Mattia Altobelli all’uscita della cerimonia – io l’ho visto in altre occasioni, ma non è paragonabile a quello che sta provando in questo momento. Non riesce a tornare e non si dà pace». Un dolore che si è fatto ancora più intenso quando è stato letto il messaggio che Spillo ha voluto lasciare per il suo “complice” di una vita: «Eravamo due facce della stessa medaglia, bastava uno sguardo per comprenderci. Poi l’ultimo dribbling che non mi aspettavo: hai scartato anche la vita, impedendole di toglierti la dignità».
L’eredità di un fuoriclasse senza maglie della Nazionale
Beccalossi, che avrebbe compiuto 70 anni proprio tra pochi giorni, era da tempo ridotto in condizioni critiche. Il malore accusato nel gennaio del 2025 lo aveva gettato in un coma profondo; da lì, nonostante la riabilitazione, non si era più ripreso del tutto. Ma chi lo ha visto giocare, chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo sinistro (anche se lui era destro di nascita, “esercitatosi” contro il muro per diventare mancino) sa che la sua eredità non sta nei tabellini, ma nella memoria collettiva. Enrico Ruggeri, visibilmente commosso, lo ha definito «un fratello» prima di entrare in chiesa, ricordando come la gente riempisse San Siro non tanto per vedere l’Inter in sé, quanto per ammirare le sue giocate.
Tra i presenti spiccava anche una delegazione ufficiale della Curva Nord, quella che ha sempre rifiutato di abbandonarlo anche nei momenti di difficoltà sportiva. «Eri un grande uomo, un vero interista», recitava uno striscione esposto all’esterno del luogo di culto, l’ennesima conferma di un rapporto simbiotico che va oltre la semplice tifoseria. E se il calcio moderno, quello dei numeri e della tattica spinta all’eccesso, ha ormai perso pezzi come lui, resta però la testimonianza di un’epoca in cui la fantasia era l’unico fuoriclasse in campo.




