Vecchioni al teatro grande di brescia, la dedica a zanardi e beccalossi tra i ricordi e quel dialogo con dio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Roberto Vecchioni è tornato sul palco del Teatro Grande di Brescia, e lo ha fatto non solo con la voce di sempre ma anche con il peso specifico di una sopravvivenza che, a sentire le sue parole, sa quasi di miracolo. L’occasione era benefica, il concerto gratuito organizzato insieme all’associazione “Un medico X te”, ma ciò che ha segnato la serata – come riportano le cronache locali – è stata la dedica struggente e lucidissima a due amici scomparsi nell’arco di pochi giorni: Alex Zanardi e Evaristo Beccalossi, personaggi che con il cantautore milanese condividevano legami antichi e profondi.

A proposito di Beccalossi, Vecchioni ne ha estratto dal cilindro due flash che cesellano perfettamente il carattere del “Dribblossi”. Il primo, tenero e privato, risale agli albori della carriera del fantasista quando, appena arrivato all’Inter, si presentò a un concerto insieme ad Alessandro “Spillo” Altobelli; da lì, una volta superata la distanza di palcoscenico, scattò un’amicizia che il tempo non ha scalfito. Il secondo ricordo è invece una di quelle storie che appartengono ormai alla leggenda sportiva, e cioè quella notte di Coppa delle Coppe in cui Beccalossi, prendendosi una responsabilità da leader, sbagliò uno dopo l’altro due calci di rigore. Vecchioni, dal palco, ha sorvolato sulla precisione del conteggio concentrandosi sulla poetica dello sbaglio, quel tratto umano che rende i campioni indimenticabili ben più dei loro successi.

Ma la canzone che ha fatto da trait d’union della serata, “Ti insegnerò a volare”, è nata con un’altra faccia e un altro nome in testa. Composta nel 2018 con Francesco Guccini, Vecchioni l’ha consegnata idealmente ad Alex Zanardi, quell’ex pilota di Formula 1 diventato campione paralimpico che per il pubblico italiano rappresenta l’archetipo della resilienza. La spiegazione che il professore ha offerto al pubblico del Grande è quanto di più lontano si possa trovare da un luogo comune: Zanardi insegnava ai ragazzi che non riuscire a camminare non significa nulla, perché si può volare con la testa e con l’anima, una lezione che lui ha incarnato fino alla fine, quando se n’è andato a soli 59 anni.

Tuttavia, la performance di Vecchioni è stata anche, e forse soprattutto, un atto di resa dei conti con la propria mortalità. Reduce da problemi di salute che lo hanno costretto a rivedere le proprie abitudini – come ha ammesso lui stesso a proposito del fumo e dell’alcol, fermati dal sopraggiungere di un tumore – l’artista ha raccontato al pubblico un episodio che avrebbe potuto spezzare la carriera. Durante un ricovero, si è trovato a chiedere a un’infermiera se stesse morendo, ricevendo una risposta che lui ha definito, con la sua tipica verve, “del c…” (“tutti, prima o poi, moriamo”). È seguito un dialogo più intimo con Dio, a cui Vecchioni ha chiesto soltanto un piccolo rinvio: il tempo sufficiente per tornare a cantare proprio a Brescia, la città che considera la sua seconda casa dopo i lunghi anni d’insegnamento al liceo.

Il filo rosso del dolore e la medaglia della vittoria alata

Non è stata una serata di semplice commemorazione, però; c’era anche la cronaca nera e la malattia a fare da sfondo a queste due morti eccellenti. L’ex calciatore Beccalossi, che di anni ne aveva quasi settanta, non si è mai davvero ripreso dal colpo ricevuto con la scomparsa dell’amico fraterno Nazzareno Canuti, altro ex compagno di squadra, avvenuta nei mesi scorsi. La figlia Nagaja ha rivelato che, emotivamente, il padre si era chiuso in un guscio di dolore dal quale nemmeno l’affetto dei tifosi poteva tirarlo fuori, riuscendo solo a fargli in tempo a sussurrare la gioia per l’ultimo scudetto vinto dall’Inter prima che il suo cuore smettesse di battere. A fare da contraltare a questi drammi privati, la serata ha avuto anche un risvolto istituzionale: la sindaca Laura Castelletti ha consegnato a Vecchioni una medaglia con l’effigie della Vittoria Alata, un simbolo che lo lega visceralmente alla città.

L’arte del dribbling tra cronaca e poesia

Il racconto di Vecchioni ha rischiarato anche un episodio specifico della carriera di Beccalossi, destinato a diventare un tormentone popolare grazie alla comicità di Paolo Rossi. Quella famosa partita di Coppa delle Coppe del settembre 1982 contro lo Slovan Bratislava, in cui Beccalossi calciò e sbagliò due rigori nel giro di pochi minuti, è stata rivissuta dal cantautore non come una macchia, ma come un atto di coraggio assoluto. Perché chi ripete l’errore a freddo, di fronte a uno stadio che lo implora di fermarsi, dimostra una tempra che il semplice gesto tecnico non può raccontare. E così, tra la memoria dello sportivo e quella del poeta, il palco del Grande ha ospitato un’autopsia dell’anima, dove la morte di Zanardi e quella di Beccalossi non sono state un punto di arrivo, ma un’occasione per riavvolgere il nastro di una vita spesa sui binari della passione civile e della parola scolpita.

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