L’addio a Beccalossi, Ruggeri: «Era mio fratello» e l’abbraccio di una folla da stadio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Brescia ha salutato uno dei suoi figli più illustri con quel calore misto a rimpianto che solo il calcio sa regalare, ma che stavolta travalicava i confini del rettangolo verde per assumere i contorni intimi di un lutto familiare. Nella chiesa della Conversione di San Paolo, gremita fino a scoppiare – come testimoniano le centinaia di persone che hanno trovato posto anche all’esterno, dietro i nastri della Curva Nord – si sono svolti i funerali di Evaristo Beccalossi, lo storico fantasista scomparso a 69 anni nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, dopo un anno di sofferenze seguito a un grave malore che lo aveva costretto a un lungo coma. Sul feretro, a ricordare la doppia anima della sua carriera, la maglia numero 10 dell’Inter e quella dell’Union Brescia, a testimonianza di un legame indissolubile con le sue radici e con il club che lo rese celebre in tutta Italia.
Il dolore di un fratello d’arte
Tra i volti noti emersi dalla folla, forse il più commosso – o sicuramente il più esplicito nel manifestare il proprio sentimento – è stato Enrico Ruggeri. Il cantautore, legato a Beccalossi da un’amicizia che durava da quasi cinquant’anni (esattamente dal 1979, quando il calciatore era arrivato all’Inter e il musicista muoveva i primi passi nella scena musicale), ha voluto salutarlo con parole che evitano ogni retorica per concentrarsi sulla sostanza cruda del rapporto umano. «Ricordi? Sono tantissimi», ha detto Ruggeri ai cronisti presenti al termine della funzione, lasciando che fossero le frasi spezzate a raccontare l’intensità di una perdita: «Viaggi fatti assieme, progetti, stupidaggini, cene. È morto uno dei miei fratelli». Un’affermazione, questa, che ha trovato eco nei gesti più che nelle parole, quando l’artista ha scelto di seguire il feretro a pochi passi dalla moglie Daniela e dalla figlia Nagaja, quasi a voler presidiare fisicamente quel confine labile che separa il sangue dal cemento affettivo costruito in decenni di vita vissuta.
Il salto in volo mancato di Altobelli e il rimpianto di una generazione
L’assenza più pesante, quella che ha lasciato un vuoto tangibile tra i banchi della chiesa, è stata però quella di Alessandro “Spillo” Altobelli. L’ex compagno di squadra, grande amico e partner storico dell’attacco nerazzurro, era bloccato in Kuwait per impegni di lavoro (commenta le partite del campionato italiano nel weekend) e non è riuscito a rientrare a Brescia in tempo per l’ultimo saluto. A portare la sua voce, carica di una tristezza che non ammetteva consolazioni, è stato il figlio Mattia Altobelli, il quale ha letto un messaggio autografo che ha gelato i presenti per la sua potenza metaforica. «Papà non si dà pace, perde un fratello», ha spiegato Mattia ai giornali, descrivendo un genitore «via per lavoro che non dorme da giorni». Nel biglietto, poi, l’ex attaccante aveva scritto parole che sembrano cesellate apposta per Beccalossi, uomo capace di dribblare gli avversari come se fossero birilli: «Eravamo due facce della stessa medaglia, bastava uno sguardo per comprenderci. Poi l’ultimo dribbling che non mi aspettavo: hai scartato anche la vita, impedendole di toglierti la dignità».
La delegazione nerazzurra e l’omaggio della musica
A rappresentare il mondo dell’Inter, dove Beccalossi ha giocato dal 1978 al 1984 vincendo uno scudetto (quello del 1979-80, l’ultimo senza stranieri in rosa, come ha ricordato proprio Ruggeri) e una Coppa Italia, c’era l’intera dirigenza operativa. Il vicepresidente Javier Zanetti, il direttore sportivo Piero Ausilio, Francesco Toldo e Massimiliano Catanese hanno preso posto tra i fedeli, uniti a leggende del calibro di Giuseppe Bergomi, Beppe Baresi e Lele Oriali. Ma Beccalossi, uomo di estro e sensibilità, amava anche la musica: non a caso, insieme a Ruggeri, era presente anche Max Pezzali, a suggellare come il “Becca” fosse un punto di riferimento non solo per gli appassionati di pallone, ma per chiunque apprezzasse l’arte in tutte le sue forme. Don Marco Mori, nel corso dell’omelia, ha trovato una sintesi perfetta per descrivere il personaggio, definendolo «un “brao gnaro”», cioè un bravo ragazzo alla maniera bresciana, aggiungendo con un sorriso ironico e affettuoso che «da interista, vorrei che il ventunesimo scudetto fosse dedicato a lui».




