Wengen agguanta la Francia, l'Italia interroga il suo slalom
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Redazione Sport
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Lo slalom di Adelboden, classico tra i classici del Circo bianco, ha disegnato un quadro dai confini netti, dove la supremazia transalpina si è manifestata con l'autorevolezza di chi, dopo aver sfiorato il successo, ora lo conquista con gesti definitivi. Quattro anni dopo la sconfitta clamorosa all'ultima porta di Campiglio, l'asso francese ha infatti piegato la resistenza di un grandioso Hallberg e del compagno Rassat, il quale, giungendo terzo nella classifica generale di Coppa del Mondo in 69 punti, ha suggellato un trionfo di squadra coronato dalla top ten di Amiez. Le sue parole nel post-gara, asciutte e concentrate, hanno riflesso la soddisfazione per un percorso di crescita che, passando attraverso le delusioni, ha trovato compimento proprio sulla neve svizzera.
Vinatzer, una battuta d'arresto da analizzare
Diverso il percorso di Alex Vinatzer, il quale, chiuso in diciassettesima posizione, non è riuscito a riscattare l'inforcata di Campiglio e la battuta d'arresto nel gigante del giorno precedente. L'altoatesino, meno brillante del solito tra i pali stretti, ha forse pagato a livello psicologico gli errori accumulati nelle ultime gare, mostrandosi prudentissimo in entrambe le manche e rimanendo così escluso dalla top quindici della classifica mondiale di specialità. Uno stallo, il suo, che arriva in un momento delicatissimo, considerando che proprio tra Adelboden e l'imminente Wengen gli slalomisti si giocano gran parte delle carte per la definizione dei criteri di selezione in vista dei prossimi Giochi Olimpici.
La Svizzera e il peso di un'attesa
Anche per gli svizzeri di casa, del resto, il bilancio non è stato esaltante, nonostante le premesse. Tutte le speranze erano riposte in Loïc Meillard che, dopo una prima manche chiusa a soli trentotto centesimi dal leader Kristoffersen, sembrava possedere tutte le carte in regola per tentare il colpaccio; un'inforcata, però, ha reso ancora una volta amaro il Chuenisbärgli per il vallesano. A sollevare parzialmente gli animi del pubblico ci ha pensato allora l'eterno Ramon Zenhäusern, capace di estrarre dal cilindro una seconda discesa formidabile – seconda solo a quella di Rassat per appena otto centesimi – che gli ha permesso una rimonta dalla ventiseiesima alla quindicesima piazza, risultando il secondo miglior elvetico dopo Tanguy Nef, ottavo.
Odi, un urlo che va oltre la classifica
In uno scenario così tecnico, l'impresa di Marco Odermatt a Crans-Montana ha assunto, nelle settimane scorse, un valore trasversale che supera i meri numeri della classifica. Quella vittoria, arrivata dopo gli eventi che hanno scosso la località, ha rappresentato una mano tesa verso un Paese smarrito e in cerca di riferimenti, perpetuando una delle missioni più preziose dello sport: unire e promuovere, nella loro accezione più nobile, i sensi di identità. Se il doppio sigillo della vallesana Camille Rast a Kranjska Gora, nelle prime gare dopo i fatti, era parso un segno del destino, l'urlo di «Odi» ha assunto per molti i contorni di una liberazione collettiva, un momento di pura catarsi sportiva.




