The Italian Sea Group, il Titolo crolla in borsa e i lavoratori scioperano: la tempesta perfetta del cantiere di lusso
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Redazione Economia
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La complessa e articolata vicenda che sta coinvolgendo The Italian Sea Group, il colosso della cantieristica navale di lusso con sede a Marina di Carrara, noto per i suoi marchi prestigiosi come Admiral, Tecnomar e Perini Navi, sta assumendo i contorni di una crisi profonda e sfaccettata, dove le difficoltà finanziarie dichiarate dal vertice aziendale si intrecciano inestricabilmente con il crescente malessere sociale dei dipendenti e delle maestranze dell'indotto. Il fulcro della tempesta, che ha colpito il titolo in Borsa e infiammato gli animi davanti ai cancelli del cantiere, è da ricercarsi nella comunicazione ufficiale del Consiglio di Amministrazione, il quale ha dovuto prendere atto, suo malgrado, dell’emersione di extra budget nella maggioranza delle commesse in progress. Questi extra costi, la cui natura specifica non è stata ancora del tutto chiarita e sarà oggetto di un audit indipendente affidato a una primaria società di revisione, hanno avuto un impatto immediato e devastante sulla posizione di cassa dell'azienda, erodendo la marginalità operativa e obbligando la proprietà a correre ai ripari con una iniezione di liquidità.
Ed è qui che arriva la mossa dell'amministratore delegato Giovanni Costantino, il quale, attraverso la sua controllata G.C. Holding, ha iniettato nelle casse di The Italian Sea Group un finanziamento soci da 25 milioni di euro. Un intervento che, sulla carta, dovrebbe servire a rafforzare la struttura finanziaria e a superare lo scoglio degli sforamenti di budget, ma che la Borsa ha punito con estrema durezza. Il titolo, infatti, ha subìto una capitolazione senza precedenti a Piazza Affari, con un crollo del 35,7% che l’ha portato a quotare 2,66 euro, dopo avere toccato un minimo intraday a quota 2,51 euro. Una reazione, quella del mercato, che gli analisti di Kepler Cheuvreux hanno prontamente recepito, abbassando il rating a “Reduce” con un prezzo obiettivo a 3,70 euro, segnalando non solo l’impatto finanziario immediato, ma anche il possibile danno reputazionale per un gruppo abituato a navigare in acque ben più tranquille.
Lo sciopero e il fronte dei lavoratori: stipendi in ritardo e un indotto in affanno
Mentre i riflettori della finanza restano puntati sull'andamento del titolo e sulla capacità del management di risolvere i nodi contabili, a Marina di Carrara la tensione è palpabile e si respira un’aria di preoccupazione che ha portato i lavoratori a incrociare le braccia. Lo sciopero di due ore, proclamato dai sindacati Fiom, Fim e Uilm e osservato nel pomeriggio del 25 febbraio, è stato la naturale conseguenza di un clima di incertezza che covava da mesi. I dipendenti diretti, circa seicento persone, lamentano ritardi nei pagamenti degli stipendi, sebbene quelli del mese corrente siano stati saldati, e denunciano da tempo mancati versamenti del Tfr e dei contributi per la sanità integrativa, come il fondo Metasalute, una situazione che per alcuni si protrae da oltre sei mesi e che ha lasciato i lavoratori scoperti persino per le visite mediche. La protesta, che ha visto un centinaio di operai riunirsi pacificamente davanti ai cancelli, aveva un obiettivo preciso, come hanno ribadito i rappresentanti sindacali: ottenere chiarezza e certezze sul futuro dell'azienda e sulla tenuta dell'occupazione, non solo per loro, ma anche per le tante maestranze dell'indotto che rischiano di rimanere in secco.
Il nodo più spinoso, forse, riguarda proprio la filiera dei fornitori e delle ditte esterne, cuore pulsante di un'economia territoriale che vive e respira grazie alla cantieristica. Diversi sindacalisti, tra cui Bruno Casotti della Cisl e Nicola Del Vecchio della Cgil, hanno lanciato l'allarme sulla sorte di queste imprese, molte delle quali, non ricevendo i pagamenti per i lavori svolti, si trovano nella condizione drammatica di dover ricorrere alla cassa integrazione per i propri dipendenti. Un operaio di una ditta di carpenteria, intervistato all'uscita del cantiere, ha confermato la frattura che si sta creando: la sua azienda, tra le poche ancora a essere pagata, continuerebbe a lavorare, ma molti altri colleghi esterni sono già fermi. Un paradosso che evidenzia come la crisi di The Italian Sea Group rischi di innescare un effetto domino su un indotto che si stima impieghi tra le mille e le duemila persone. La sensazione, come ha confessato un operaio ai cronisti, è di non sapere se domani ci sarà un futuro e se gli stipendi verranno pagati, un'incertezza che logora i rapporti di lavoro e mette a dura prova la tenuta sociale di un intero territorio.
Un tavolo istituzionale per cercare di sbrogliare la matassa
Di fronte a una crisi che minaccia un'eccellenza del made in Italy e un intero polo produttivo, le istituzioni locali si stanno mobilitando per tentare di ricucire lo strappo e garantire un futuro al cantiere. La sindaca di Carrara, Serena Arrighi, ha prontamente richiesto la convocazione di un tavolo urgente in Prefettura, con l'obiettivo di sedare le acque e favorire un confronto diretto e costruttivo tra la proprietà di The Italian Sea Group e le rappresentanze sindacali. Un primo incontro, inizialmente previsto in tempi più brevi, è stato calendarizzato per il prossimo 3 marzo, un appuntamento che i sindacati considerano decisivo per fare piena luce sul quadro finanziario e sulle reali prospettive industriali del gruppo. La richiesta, avanzata con forza dalla Cgil, è che al tavolo partecipi anche l’Autorità Portuale, considerando che il cantiere opera su una concessione demaniale pubblica, un aspetto che aggiunge una ulteriore dimensione di interesse collettivo alla vicenda. L’audit in corso dovrà stabilire le cause degli extra budget, e i sindacati si interrogano apertamente sulla capacità del Consiglio di Amministrazione di non aver previsto tali sforamenti, chiedendo di verificare se le nuove commesse, inclusi due giga-yacht di oltre ottanta metri, siano state acquisite a condizioni che garantiscano una marginalità sostenibile o se nascondano già insidie contabili.




