The Italian Sea Group, il ceo Costantino inietta 25 milioni ma il Titolo perde il 35,7% e i lavoratori scioperano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La notizia, rimbalzata dagli stabilimenti di Marina di Carrara fino a Piazza Affari, è di quelle che lasciano il segno: The Italian Sea Group, il colosso della nautica di lusso che controlla marchi del calibro di Admiral, Tecnomar e Perini Navi, sta attraversando una fase di turbolenza finanziaria e sociale che ha pochi precedenti nella sua storia recente. Il consiglio di amministrazione, preso atto di quella che viene definita una “emersione di extra budget” sulla maggior parte delle commesse in corso – costi supplementari, per intenderci, che hanno eroso la marginalità operativa – ha deliberato un intervento immediato. L’azionista di maggioranza, Giovanni Costantino, ha messo mano al portafoglio, iniettando tramite la sua GC Holding 25 milioni di euro in un finanziamento soci, risorse fresche studiate per tamponare una posizione di cassa divenuta critica. L’operazione, che sarà rimborsata entro il 2032 e che si è resa necessaria anche per garantire la continuità produttiva di gigayacht già in costruzione, doveva teoricamente rassicurare i mercati. E invece l’effetto è stato opposto: il titolo, già in sofferenza nei giorni precedenti, ha subito una capitolazione violenta, con un crollo del 35,7% che lo ha portato a 2,66 euro, dopo aver toccato un minimo intraday a 2,51 euro. Una mossa, quella dell’ad, che se da un lato dimostra un impegno diretto nel salvare la nave, dall’altro ha aperto squarci preoccupanti sulla tenuta dei conti.

La protesta degli operai e la preoccupazione per l’indotto

Se la Borsa brucia valore, ai cancelli del cantiere la tensione è diventata palpabile, con i lavoratori che hanno incrociato le braccia per due ore in una giornata di mobilitazione che ha visto la partecipazione attiva di Fiom, Fim e Uilm. I dipendenti, circa 500, non lamentano solo il ritardo nel pagamento degli stipendi, sebbene gli ultimi siano stati saldati proprio a ridosso dello sciopero, ma denunciano criticità che si trascinano da mesi, come il mancato versamento del Tfr e i ritardi nei contributi per la sanità integrativa, un aspetto, quest’ultimo, che incide direttamente sulla qualità della vita delle loro famiglie. La protesta, va detto, non riguarda solo gli operai diretti ma si estende a macchia d’olio nell’indotto, quell’universo fatto di piccole imprese artigiane e subfornitori che rappresentano circa mille addetti e che del cantiere vivono. Molte di queste realtà, alcune delle quali vantano competenze uniche nella lavorazione degli scafi o nell’impiantistica di bordo, aspettano pagamenti e si trovano ora con le casse vuote e il futuro appeso a un filo, una situazione che rischia di innescare un effetto domino devastante per l’intero distretto nautico.

La richiesta di un tavolo in Prefettura e l’audit esterno

Di fronte a questo scenario, le istituzioni locali hanno iniziato a muoversi, consapevoli che il polo nautico rappresenta un’eccellenza del made in Italy da tutelare. La sindaca di Carrara, Serena Arrighi, incontrate le parti sociali, ha ufficialmente richiesto la convocazione di un tavolo in Prefettura, un tentativo di portare tutte le parti attorno a un confronto per monitorare l’evolversi della crisi e scongiurare il rischio di una ricaduta occupazionale che si preannuncerebbe pesantissima. Si cerca, insomma, di fare da argine, mentre la dirigenza dell’azienda tenta di gettare acqua sul fuoco annunciando misure che vadano oltre la semplice iniezione di liquidità. È stato infatti avviato un audit indipendente, affidato a una primaria società di revisione, con il compito di dissezionare la gestione operativa e fare piena luce sulle cause di questi extra costi, per capire se si tratti di un aumento generalizzato delle materie prime, di inefficienze interne o di una combinazione di fattori. Un’indagine approfondita, la cui necessità era stata sottolineata anche da più parti, che dovrà fornire un quadro chiaro su cui basare un piano di rafforzamento patrimoniale più strutturale, che inevitabilmente dovrà passare anche dal dialogo con gli istituti di credito.

La volatilità del titolo e le nuove commesse

E mentre la politica cerca soluzioni e i sindacati attendono l’incontro con l’azienda, fissato per il 3 marzo, il mercato continua a scontare l’incertezza con una volatilità estrema. Il titolo, che solo nei cinque giorni precedenti lo sciopero aveva già lasciato sul campo oltre il 48%, fatica a trovare un pavimento, nonostante l’azienda cerchi di proiettarsi verso il futuro ricordando la recente sottoscrizione di contratti per nuovi gigayacht sopra gli 80 metri, un segnale, questo, che la domanda per il lusso estremo non è venuta meno. Ciononostante, la sensazione diffusa tra gli analisti è che l’orizzonte rimanga nuvoloso: i riflettori restano puntati sulla capacità del gruppo di riconquistare la fiducia degli investitori, dimostrando di poter riportare i margini sotto controllo e di onorare gli impegni con la filiera. In ballo, oltre alla reputazione di un’azienda simbolo, ci sono la stabilità di un territorio e la certezza del lavoro per centinaia di famiglie che in quei cantieri, e nelle imprese che li circondano, hanno costruito la loro vita professionale.

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