Bce, Cipollone e Lane tracciano la rotta: “Per l’energia servono finanziamenti comuni”
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Redazione Economia
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Milano – La sostenibilità, spesso raccontata come un vincolo etico o una mera bandiera green, assume i contorni di una necessità strategica per la sopravvivenza economica dell’Europa. Tra gli interventi incrociati dei vertici della Banca centrale europea, sbarcati in settimana al Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026 a Milano e contestualmente a una conferenza a Francoforte, emerge una linea chiara: senza un mercato unico dell’energia realmente integrato e, soprattutto, senza finanziamenti comuni per sostenerlo, il Vecchio Continente rischia di essere travolto dalla tempesta perfetta degli shock geopolitici. A dirlo senza mezzi termini è Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, il quale ha però voluto precisare, nel suo intervento milanese, che "dati gli investimenti necessari e i potenziali benefici comuni, come documentato nel rapporto Draghi, occorre un finanziamento comune per almeno parte di questi obiettivi". Una dichiarazione, questa, che sposta l’ago della bilancia dalle enunciazioni di principio alla concretezza dei conti pubblici europei.
Lo shock mediorientale e le ricadute sull’inflazione
Non si può parlare di futuro energetico senza fare i conti con il presente, che appare drammaticamente ingarbugliato. Il conflitto in Medio Oriente, riecheggiando le dinamiche già viste con l’invasione russa dell’Ucraina, ha infatti riacceso i timori sul fronte dei rifornimenti, causando – come ha ricordato Cipollone – "un brusco incremento delle quotazioni energetiche, sospingendo al rialzo l’inflazione e deteriorando il clima di fiducia". E qui sta il punto dolente della narrazione: le guerre non sono solo tragedie umane, ma diventano variabili impazzite nei bilanci delle banche centrali. Sebbene sia impossibile prevedere l’evoluzione dei combattimenti, il banchiere centrale ha voluto mettere in guardia gli analisti dal pensare che si tratti di un fenomeno transitorio, notando come "le implicazioni della guerra per l’inflazione a medio termine e l’attività economica dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock sui prezzi dell’energia". Non c’è spazio, in questa analisi, per un ottimismo di facciata.
La tesi di Lane: rinnovabili come scudo anti-volatilità
Mentre a Milano si discuteva di debito comune e infrastrutture, a Francoforte il capoeconomista della Bce, Philip Lane, offriva il contraltare tecnico a questa strategia. In un intervento congiunto con la Frankfurt School e il Cetex, Lane ha ribaltato un luogo comune molto diffuso, ovvero che la transizione verde sia una causa dell’inflazione. Secondo la sua lettura, invece, rappresenta la cura. "Il passaggio alle energie rinnovabili renderà l'area dell'euro più resiliente – ha spiegato – riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili". L’obiettivo dichiarato è ridurre quella che lui definisce la "volatilità dell’inflazione", un nemico silenzioso che impedisce alle imprese di pianificare gli investimenti e alle famiglie di programmare i consumi. Lane ha inoltre aggiunto che "il cambiamento climatico riduce il livello della produzione e aumenta la volatilità della produzione e dell'inflazione, anche a causa della maggiore frequenza e gravità degli eventi meteorologici estremi". Un circolo vizioso, insomma, dove il maltempo e il caldo anomalo danneggiano i raccolti e le infrastrutture, premendo nuovamente sui prezzi.
Investimenti, produttività e il ruolo della Bce
La domanda finale, quella che aleggiava nelle sale di Milano e Francoforte, è sempre la stessa: chi paga? Cipollone ha risposto indirettamente, sottolineando che il pacchetto legislativo sulle reti europee rappresenta un passo avanti ma non è sufficiente. "Se gli shock energetici ci spingeranno a innovare e fare di più con meno energia – ha argomentato – non solo la stabilità dei prezzi ne trarrà beneficio, ma aumenterà la crescita della produttività". Un’equazione, questa, che piace molto ai falchi della finanza tedesca ma che richiede un salto culturale che l’Europa fatica a compiere. Il ritorno all’equilibrio, nelle parole di Lane, passa per un monitoraggio serrato del territorio: "L'insieme delle informazioni che dobbiamo monitorare è sempre più influenzato dalle dinamiche fisiche e di transizione del cambiamento climatico". Ecco allora che la Bce, pur senza invadere il campo della politica fiscale, ammette che guardare solo i grafici dei prezzi al consumo non basta più; occorre un’analisi sistemica dove l’ecologia diventa geoeconomia. La strada verso un’Europa a emissioni zero, insomma, non è solo una sfida tecnologica, ma l’unica ancora di salvezza per non affogare nella prossima crisi dei prezzi del gas.




