Bce, i tassi restano in attesa: il «meeting after meeting» di Nagel congela l’estate

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Che il falco della Bundesbank, Joachim Nagel, abbia scelto di ripetere a chiare lettere che «le informazioni sui prezzi arrivano su base giornaliera» e che occorre procedere «riunione dopo riunione», non è solo una formula tecnica. È, piuttosto, la pietra tombale gettata sulle residue speranze di un rialzo dei tassi a fine aprile – un’ipotesi che fino a pochi giorni fa sembrava tutt’altro che peregrina. Nagel, lo si ricorderà, non è certo un colombo: il suo scetticismo verso politiche accomodanti è una costante della sua presidenza alla Bundesbank. Eppure, persino lui ha dovuto prendere atto che il contesto attuale – segnato dall’incertezza più totale sull’energia e su un conflitto che ha già bruciato decine di miliardi di dollari di greggio – impone una sospensione del giudizio. Nessuna marcia indietro sulla lotta all’inflazione, ma nemmeno l’illusione di poter pianificare oltre l’orizzonte della prossima riunione del board.

Francoforte al bivio: Lagarde sceglie la via dell’attendismo

Christine Lagarde, dal canto suo, non poteva che allinearsi a questa prudenza, sebbene con il consueto piglio comunicativo che mira a tenere a bada i mercati senza alimentare fibrillazioni. Di fronte all’ennesimo shock energetico globale – un’interruzione che si sta rivelando «gigantesca» nelle forniture – la presidente della Bce ha preferito gettare acqua sul fuoco dell’inflazione aspettando dati più consistenti. «Non abbiamo ancora visto segnali di rialzi tali da spingerci nello scenario avverso», ha dichiarato, riferendosi al peggiore degli scenari ipotizzati dall’Eurotower. Una precisazione, questa, che non è una rassicurazione, ma una constatazione: il caro energia, pur essendo reale e tangibile, non ha ancora innescato quella spirale prezzi-salari che rappresenta l’incubo di ogni banchiere centrale. La perdita stimata di 13 milioni di barili al giorno (circa il 13% del consumo globale) è un dato oggettivo, ma la trasmissione di questo shock all’inflazione di fondo, la cosiddetta «core», resta per ora meno violenta del previsto.

Uno shock (ancora) contenuto e il peso del conflitto in Iran

Quel che rende così complessa la partita, a Francoforte, è la natura ibrida della crisi in corso. A differenza di altre fasi di tensione, l’impatto sui listini energetici – seppur pesante – non ha raggiunto i picchi psicologici di altre crisi. Lo ammette la stessa Lagarde, che in più di un’occasione ha ribadito come l’obiettivo di riportare l’inflazione al 2% nel medio termine resti «fermo», ma che la strada per raggiungerlo sia cosparsa di sabbie mobili. La guerra in Iran, con le sue ripercussioni sullo Stretto di Hormuz, ha creato un’impennata dei prezzi che i mercati, per ora, interpretano come temporanea. Ma questa è una scommessa. Se le interruzioni si prolungassero, la trasmissione ai listini dell’energia diventerebbe strutturale e a quel punto l’approccio «riunione per riunione» potrebbe trasformarsi in un’accelerazione della stretta. Tuttavia, i segnali dalla diplomazia internazionale – con le trattative in corso che sembrano aver allentato la morsa più immediata – suggeriscono ai banchieri centrali di non correre ai ripari prima di avere certezze.

Il mercato corregge le attese, nessuna mossa prima di giugno

L’effetto immediato di questa linea di galleggiamento è già sotto gli occhi degli analisti: l’atteso giro di vite per fine aprile è praticamente tramontato, e anche le speranze di un taglio a giugno – caldeggiate solo qualche settimana fa dagli operatori – sono finite in una «zona grigia». Non è una chiusura definitiva, chiaramente, ma nemmeno l’apertura di un cantiere. È, per usare le parole della stessa Lagarde, una «sospensione del giudizio». Il mercato sta già scontando uno slittamento degli interventi, con gli istituti di analisi che rivedono al ribasso le aspettative sui rialzi. La Bce, insomma, ha deciso di guardare il quadro macroeconomico senza gli occhiali della fretta. L’inflazione a marzo ha dato segni di raffreddamento su alcuni fronti, ma l’incertezza sul costo dell’energia – condizionata dagli eventi bellici – resta un macigno. E finché quel macigno non sarà rimosso, o quantomeno meglio valutato, la mano di Francoforte resterà sospesa.

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