Mediobanca, l'addio di Nagel e il risentimento per il ruolo del governo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il consiglio di amministrazione di Mediobanca si è dimesso in blocco, un gesto epocale che sancisce la fine di un'era durata ventidue anni e guidata dall'amministratore delegato Alberto Nagel. La mossa, decisa dopo una lunga seduta di quattro ore, è una diretta conseguenza del superamento della soglia del 64,7% del capitale da parte di Monte dei Paschi di Siena attraverso un'opa, un esito che ha reso inevitabile un ricambio alla guida della banca d'affari per «favorire un'ordinata e tempestiva transizione». Il board, fatta eccezione per il consigliere Sandro Panizza, rimarrà in carica per il disbrigo degli affari correnti fino all'assemblea convocata per il 28 ottobre, data che segnerà il passaggio ufficiale dei poteri.

Nelle sue comunicazioni ai dipendenti e ai colleghi, Nagel ha espresso una profonda amarezza, concentrando la sua riflessione sulle cause che hanno portato a questo esito. Il manager ha sottolineato la necessità di «preservare l'eredità di Mediobanca», quella cultura fatta di «serietà e trasparenza, di rapporti stabili con i clienti, di visione di lungo periodo» che considera l'asset più prezioso dell'istituto. Tuttavia, il cuore del suo messaggio risiede in una critica velata ma tagliente: ha imputato la sua caduta a quel «ritorno dell’azionariato stabile a discapito del mercato» verificatosi a partire dal 2020, un cambiamento di paradigma che, a suo dire, ha sconfitto la logica del mercato stesso.

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