Greta Thunberg racconta gli abusi subiti in una prigione israeliana
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Redazione Esteri
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L’attivista svedese Greta Thunberg ha descritto, in un’intervista rilasciata a un noto quotidiano del suo paese, le modalità della sua detenzione in Israele, successive all’intercettazione della nave della Global Sumud Flotilla sulla quale viaggiava. La missione civile, partita lo scorso settembre con l’intento di portare aiuti umanitari a Gaza e rompere il blocco navale, si è conclusa con l’arresto di tutto l’equipaggio e la reclusione in un carcere israeliano. Thunberg, la cui presenza a bordo ha attirato l’attenzione internazionale sull’iniziativa, ha scelto di parlare non per personalismi, come lei stessa ha tenuto a precisare, ma per portare l’attenzione sulla condizione del popolo palestinese e sulle esperienze vissute da chi tenta di infrangere l’isolamento della Striscia.
Le minacce e le umiliazioni durante la prigionia
Durante i cinque giorni di reclusione, l’attivista avrebbe subito trattamenti che ha definito violenti e umilianti da parte dei militari. “Mi chiamavano puttana”, ha dichiarato, specificando come l’insulto le fosse stato rivolto, con insistenza, persino nella sua lingua madre, lo svedese, in un tentativo di aggredirla psicologicamente. Oltre agli epiteti, che rappresentano solo una parte del quadro descritto, la Thunberg ha parlato di vere e proprie percosse fisiche e di minacce di morte, tra le quali l’ipotesi, particolarmente angosciante, di essere uccisa con il gas insieme agli altri attivisti. Un episodio, quest’ultimo, che delinea una situazione di pericolo percepito come estremo e di totale mancanza di controllo sulla propria incolumità.
I segni degli insulti sui effetti personali
A testimonianza ulteriore del clima di disprezzo in cui si è svolta la detenzione, l’attivista ha mostrato al giornale uno dei suoi bagagli, una valigia di colore rosso, sul quale i soldati avrebbero lasciato scritte e disegni offensivi. Sulla superficie, infatti, erano stati tracciati un pene, una Stella di David e la scritta “Greta P…”, chiaro riferimento all’insulto verbale che le era stato ripetutamente indirizzato. Quel gesto, apparentemente goliardico ma dal profondo significato denigratorio, si configura come un’umiliazione supplementare, un marchio volutamente impresso su un oggetto personale a futura memoria dell’accaduto.
Il contesto dell’intercettazione della flottiglia
La drammatica esperienza personale della Thunberg si inserisce in un contesto operativo ben noto e controverso, quale è quello dell’intercettazione delle flottiglie dirette a Gaza. La Global Sumud Flotilla, che trasportava esclusivamente aiuti di carattere umanitario, è stata fermata dalla marina militare israeliana a poche miglia nautiche dalla costa della Striscia, in acque internazionali. La politica di sicurezza di Israele, che giustifica queste azioni con la necessità di impedire il contrabbando di armi, si scontra sistematicamente con le iniziative della società civile internazionale, le quali, come in questo caso, mirano a denunciare pubblicamente l’embargo e a portare un sostegno concreto alla popolazione.




