Minacce alla figlia di Meloni, il prof si scusa ma la politica chiede più rigore
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Non basta la condanna, seppure unanime, contro l’ennesimo episodio di odio online. Stavolta a finire nel mirino è stata la figlia di Giorgia Meloni, oggetto di un post violento in cui si augurava che subisse la stessa sorte di Martina Carbonaro, la 14enne uccisa ad Afragola. L’autore del messaggio, Stefano Addeo, insegnante di tedesco in un liceo napoletano, ha poi ritrattato, definendo le sue parole «una leggerezza» e attribuendo parte della responsabilità all’«intelligenza artificiale». Ma la gravità del gesto, che ha spinto la Procura di Roma ad aprire un’inchiesta, riaccende il dibattito sui limiti della libertà di espressione e sulla necessità di contrastare con maggiore fermezza le minacce in rete.
Addeo, intervistato da Tgcom24, ha ammesso di essere stato «scosso» dalla situazione a Gaza, aggiungendo di aver agito «in un momento di rabbia». Le sue scuse, però, non hanno placato le reazioni. Matteo Renzi, senza mezzi termini, lo ha definito «un cattivo maestro» e ne ha chiesto il licenziamento immediato. «Augurare la morte a una bambina non è un errore, è inaccettabile», ha sottolineato l’ex premier, riflettendo un sentimento diffuso che va oltre le divisioni politiche.
Il caso, oltre a sollevare questioni etiche, riporta l’attenzione sul fenomeno delle minacce online, spesso banalizzato come effetto collaterale del dibattito pubblico. Se è vero che la Rete amplifica le voci più estreme, è altrettanto innegabile che episodi come questi rivelino una deriva preoccupante, che non può essere liquidata con semplici mea culpa. La polizia postale, dopo aver identificato Addeo, ha inviato una relazione alla Procura, che valuterà se configurare il reato di minacce o istigazione alla violenza.




