L’imboscata di Haftar a Piantedosi, e ora il governo teme nuovi sbarchi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La missione europea in Libia, che avrebbe dovuto rafforzare la collaborazione sul controllo delle migrazioni, si è trasformata in un incidente diplomatico dalle conseguenze imprevedibili. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, atterrato a Bengasi insieme a una delegazione Ue compresa dal commissario alle Migrazioni Magnus Brunner e dai colleghi greco e maltese, è stato respinto con la motivazione di «ingresso illegale». Le autorità della Cirenaica, controllate dal generale Khalifa Haftar, hanno definito i rappresentanti europei «persone non grate», intimando loro di lasciare il territorio.
Quello che Palazzo Chigi considera uno «sgarbo» — tanto che la presidente Giorgia Meloni ha chiesto spiegazioni a Piantedosi — nasconde però dinamiche più complesse. La delegazione aveva in precedenza incontrato a Tripoli il governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, senza coordinarsi con le autorità rivali dell’Est. Un errore di valutazione, secondo fonti dei Servizi, che potrebbe avere ripercussioni immediate. Già nelle ultime settimane, infatti, i flussi dalla Libia verso l’Italia hanno ripreso a crescere dopo un periodo di calo, e l’episodio rischia di compromettere gli accordi finora raggiunti per limitare le partenze.
La Grecia, in particolare, sta registrando un aumento degli arrivi sulle sue isole, segnale di una possibile recrudescenza del fenomeno. Se Haftar volesse usare la questione migratoria come leva di pressione, l’Italia sarebbe tra i primi Paesi esposti. Il Viminale, pur mantenendo un profilo prudente, non esclude che il blitz di Bengasi possa essere un «avvertimento»: un modo per ricordare a Bruxelles che senza il sostegno delle milizie orientali, ogni strategia anti-emigrazione rischia di essere inefficace.




