La linea italiana sull'immigrazione vince in Europa, mentre la società civile prepara le sue battaglie
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Redazione Esteri
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Il Consiglio dell'Unione Europea per la Giustizia e gli Affari Interni, riunitosi a Bruxelles, ha sancito quella che il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi non esita a definire una "svolta", poiché ha adottato una posizione negoziale che inCorpora integralmente i capisaldi della politica migratoria italiana. L'approccio, che ora dovrà essere discusso con il Parlamento europeo, si articola attorno a un migliore controllo delle frontiere esterne e a una solidarietà più concreta tra gli Stati membri nel sostenere i flussi, senza trascurare – ed è questo uno degli aspetti più controversi – la deterrenza costituita dagli hub per i rimpatri verso aree extracomunitarie. La linea italiana, che punta a criteri per il riconoscimento della protezione internazionale più aderenti, secondo i suoi sostenitori, alla "nobiltà originaria" dell'istituto dell'asilo, e a procedure accelerate per i rimpatri verso paesi ritenuti sicuri, ha dunque trovato un ampio consenso tra i Ventisette.
Il modello Albania e i nodi giuridici all'orizzonte
Tra gli elementi cardine del nuovo quadro, che riformula proposte già presenti nel Patto su migrazione e asilo, spicca il tentativo di normalizzare il cosiddetto modello Albania, ovvero la creazione di centri di rimpatrio – i "return hub" – in paesi terzi considerati sicuri. Piantedosi, commentando l'esito del Consiglio, ha anticipato che "presto torneranno attivi tutti i centri in Albania", sottolineando come in materia di immigrazione "le ideologie non servono". Questo percorso, tuttavia, non si presenta privo di ostacoli, come dimostra la cautela espressa da alcuni magistrati. La giudice del tribunale di Roma Silvia Albano, ad esempio, pur dichiarando di non aver ancora analizzato il testo definitivo, si era già precedentemente messa "di traverso" su quel modello, segnale di possibili future contestazioni sul piano del diritto.
La reazione delle organizzazioni: si pensa più ai confini che alle persone
Mentre il governo festeggia il risultato ottenuto, le organizzazioni della società civile, le Ong e alcune associazioni legali che si occupano di migranti stanno "affilando i coltelli" per contrastare quella che considerano una pericolosa deriva. La posizione comune è di netta opposizione al giro di vite deciso dai Ventisette, ritenuto da molti l'anticamera della "fine del diritto d'asilo" così come concepito. Padre Camillo Rigamonti, del Centro Astalli, osserva criticamente che con queste nuove norme "si pensa più ai confini che alle persone che si muovono", denunciando uno slittamento dell'attenzione dalle esigenze umane alla mera gestione dei flussi. Un altro punto cruciale, sollevato dall'Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi) attraverso il suo presidente, si concentra sulla lista europea dei paesi d'origine sicuri, ritenuta problematica nelle sue applicazioni concrete e nei criteri di definizione.
I nuovi strumenti: paesi sicuri e procedure accelerate
Il pacchetto approvato dal Consiglio introduce strumenti operativi destinati a ridisegnare le procedure. Oltre alla già citata lista comunitaria dei paesi d'origine sicuri, viene formalizzato il nuovo concetto di "paese terzo sicuro", che amplia le possibilità di trasferire i richiedenti asilo al di fuori dell'Unione. La questione dei rimpatri, finora rimasta esclusa dai regolamenti specifici del Patto, trova ora una sua collocazione, con l'obiettivo dichiarato di renderli più celeri. Si tratta, nel complesso, di un cambiamento di paradigma che sposta l'accento sulla gestione esterna dei confini e sulla riduzione degli arrivi irregolari, un insieme di misure che, se da un lato viene visto come una necessaria razionalizzazione, dall'altro viene percepito come un arretramento rispetto agli obblighi di protezione internazionale.




