Linea Ue sull'immigrazione, il governo italiano cita una svolta e guarda all'Albania

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Consiglio dell'Unione europea per la Giustizia e gli Affari Interni, riunitosi a Bruxelles, ha definito la sua posizione negoziale con il Parlamento europeo su una serie di regolamenti chiave in materia di asilo e rimpatri, segnando, secondo le parole del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, una netta vittoria per l'approccio perseguito dall'esecutivo italiano. I capisaldi di questa linea, che ora trova un accoglimento comunitario, poggiano su un controllo più stringente delle frontiere esterne, su una solidarietà tra Stati membri che sia effettiva nel condividere gli oneri, e su meccanismi di deterrenza, tra cui l'istituzione di hub per i rimpatri verso nazioni extra Ue. A questi si affianca la volontà di rivedere i criteri per il riconoscimento della protezione internazionale, rientrando, come affermato, in una visione più aderente alla nobiltà originaria dell'istituto dell'asilo, e di accelerare i rimpatri verso paesi considerati sicuri.

Gli effetti pratici delle nuove regole

Le direttrici approvate, che spaziano dall'ampliamento della lista europea dei paesi d'origine sicuri all'introduzione del concetto di paese terzo sicuro, avranno ricadute operative significative. Una di queste riguarda la gestione dei rimpatri, materia delicata e fino a oggi esclusa dai testi normativi del Patto europeo su migrazione e asilo. La nuova architettura, infatti, prevede la possibilità di trattenere i richiedenti asilo anche in caso di sospensione giurisdizionale del provvedimento di rimpatrio, in attesa dell'esito del ricorso, scongiurando così il loro rilascio sul territorio nazionale. Questo aspetto, in particolare, viene letto come un elemento che potrebbe snellire procedure spesso farraginose e contrastare il fenomeno delle ripetute impugnazioni dilatorie.

Il caso albanese e il via libera di Bruxelles

È proprio in questo quadro normativo in evoluzione che si colloca il destino dei centri di accoglienza italiani in Albania, le strutture di Gjadër e Shengjin la cui operatività, dopo mesi di polemiche e dibattiti anche all'interno della stessa Chiesa cattolica, potrà essere potenziata. L'attuale centro di permanenza per il rimpatrio a Gjadër ospita poche decine di migranti, ma le intenzioni governative puntano a un loro pieno utilizzo a partire già dal prossimo marzo. Il modello Albania, oggetto di aspre critiche da parte di chi lo ritiene una soluzione ai margini degli standard democratici, riceve dunque un impulso dalle decisioni di Bruxelles, che ne legittimano la filosofia sottostante basata sulla externalizzazione e sulla collaborazione con paesi terzi per la gestione dei flussi.

Una strategia che mira alla deterrenza

La componente deterrente del pacchetto, enfatizzata dal governo, si articola su più livelli: dai rimpatri più rapidi verso un numero maggiore di nazioni ritenute sicure, all'idea di centri dislocati fuori dall'Unione europea. Si tratta di elementi che, nel loro insieme, mirano a modificare la percezione dei rischi del viaggio verso l'Europa, scoraggiando le partenze. L'esecutivo, attraverso le dichiarazioni della parlamentare Sara Kelany, ha parlato esplicitamente di una vittoria, sottolineando come l'intera impalcatura regolamentare europea stia finalmente sposando una visione che pone l'accento sulla difesa dei confini e sulla gestione ordinata, se non ridotta, degli arrivi, lasciando in secondo piano, come notato da alcuni osservatori, logiche puramente ideologiche in favore di un pragmatismo che considera la sicurezza una priorità.

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