L’Eurogruppo e il conto economico della guerra: crescita sotto shock, inflazione in risalita
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Redazione Esteri
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Bruxelles – C’è un’ammissione di impotenza che aleggia nei palazzi della capitale europea, quasi un’eco silenziosa ma persistente, mentre i ministri delle Finanze dell’Eurozona si preparano a un confronto che sa più di presa d’atto che di soluzione. La guerra che da settimane tiene in scacco il Medio Oriente – con i bombardamenti a tappeto di americani e israeliani in territorio iraniano e le risposte missilistiche di Teheran che hanno trasformato lo Stretto di Hormuz in un’arma strategica – ha costretto l’Eurogruppo a convocare una riunione in videoconferenza, annullando l’appuntamento formale previsto a Cipro proprio perché l’isola, troppo vicina al fronte, è stata sfiorata dalle ripercussioni del conflitto. Al centro del tavolo virtuale, un’equazione brutale che riguarda tre canali ormai intasati: il prezzo dell’energia che schizza verso l’alto, la volatilità nei mercati obbligazionari e il calo delle Borse che, nella sola settimana precedente, aveva registrato la peggiore performance in quasi un anno.
Il dato, per l’Europa, è la perdita di quella certezza che fino a poche settimane fa sembrava a portata di mano. Se è vero che l’esecutivo comunitario aveva stimato per il 2026 una crescita dell’1,2 per cento, la realtà che Valdis Dombrovskis, commissario all’Economia, ha messo nero su bianco al termine della riunione è molto diversa: “Rischiamo stagflazione – ha detto – anche nel caso di interruzioni di breve periodo”. I numeri, stavolta, non sono più solo scenari ma ipotesi di lavoro con un peso specifico preciso: nel caso in cui le forniture energetiche restassero compromesse per un lasso di tempo limitato, il Pil dell’area euro potrebbe essere inferiore dello 0,4 per cento rispetto alle previsioni di autunno, con un’inflazione che, parallelamente, lieviterebbe di un punto percentuale. Ma è l’eventualità peggiore – quella che Dombrovskis stesso non ha esitato a definire uno “shock stagflazionistico sostanziale” – a preoccupare davvero -5: se il conflitto si protraesse con interruzioni più lunghe e attacchi sistematici alle infrastrutture petrolifere del Golfo, il taglio alla crescita potrebbe arrivare allo 0,6 per cento sia per quest’anno che per il prossimo, mentre l’inflazione rischierebbe di superare la soglia del 3 per cento, annullando di fatto i progressi faticosamente accumulati negli ultimi mesi.
Il paradosso della preparazione: strumenti a disposizione ma incertezza assoluta
C’è una sottile contraddizione che attraversa le dichiarazioni dei protagonisti di questa crisi. Da un lato, il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, ha voluto rassicurare ricordando come l’Unione Europea sia oggi “meglio preparata a gestire la crisi rispetto al 2022” – l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina – e che quindi può disporre di una “cassetta degli attrezzi” già collaudata per affrontare l’emergenza. Dall’altro, però, la stessa fonte coinvolta nella preparazione delle riunioni ha dovuto ammettere che il blocco si muove in un’incertezza tale da non permettere ancora di capire “in quale scenario ci troviamo”. È l’ammissione, implicita ma inequivocabile, che gli strumenti ci sono ma la direzione da prendere è oscura: lo Stretto di Hormuz viene usato come arma, le strutture energetiche continuano a essere bombardate e, come ha ribadito Dombrovskis, “lo scenario è offuscato da profonda incertezza”.
In questo quadro, i ministri delle Finanze hanno ascoltato il rapporto della Commissione che individua nell’energia il principale canale di trasmissione della crisi. Non si tratta solo dell’aumento dei prezzi del greggio – che in mattinata aveva fatto registrare un balzo di oltre il 25 per cento prima di assestarsi – ma dell’effetto domino che l’interruzione delle catene di approvvigionamento può scatenare su fiducia di imprese e consumatori, con conseguenze dirette sugli investimenti e sulla tenuta dei mercati. L’attenzione, a questo punto, si sposta sulle misure che i singoli Stati membri potranno mettere in campo, ma con una raccomandazione che suona quasi come un monito: gli aiuti dovranno essere “mirati e temporanei”. Il rischio, paventato dalle stesse fonti europee, è che si ripeta l’esperienza del 2022, quando i sussidi per tamponare il caro-energia finirono per costare caro alle casse pubbliche senza essere sufficientemente selettivi.
L’impatto già visibile nell’economia reale e la sfida della sostenibilità fiscale
A differenza di altre crisi che restano confinate nei grafici degli economisti, questa guerra ha già varcato la soglia dell’economia reale. Pierrakakis lo ha detto senza mezzi termini: “Le aziende lo percepiscono nei costi operativi e le famiglie nelle bollette”. Non si tratta solo di una previsione, ma di un dato che il presidente dell’Eurogruppo ha voluto sottolineare per giustificare la necessità di interventi rapidi, anche se calibrati. Tuttavia, lo spazio fiscale per manovre espansive non è quello di tre anni fa. Dombrovskis ha escluso, almeno per il momento, l’attivazione della clausola generale di salvaguardia che sospenderebbe le regole di bilancio: quella, ha spiegato, si applicherebbe solo “in uno scenario di grave recessione”, condizione che attualmente non ricorre. È un messaggio che pesa come un macigno sulle scelte dei governi, costretti a trovare un equilibrio precario tra la necessità di proteggere cittadini e imprese e quella di mantenere la sostenibilità dei conti pubblici.
E mentre l’attenzione resta concentrata sul breve termine, le ripercussioni si allargano a macchia d’olio. I settori più esposti – dal trasporto merci all’agricoltura, passando per l’industria manifatturiera – hanno già cominciato a subire gli effetti della crisi, con l’aumento dei costi di approvvigionamento che rischia di tradursi in una perdita di competitività. La Banca Centrale Europea, chiamata a rivedere le sue previsioni, si trova di fronte a un dilemma che già aveva sperimentato nel 2022: come conciliare la necessità di contrastare l’inflazione senza soffocare una crescita che già mostra segni di fragilità. La risposta, probabilmente, verrà declinata nei prossimi appuntamenti, a cominciare dalla riunione del G7 già in agenda per discutere proprio di queste misure.
Uno Stretto diventato ostaggio e le incognite di una guerra senza orizzonte
C’è un luogo geografico che, in queste settimane, è diventato il simbolo dell’intera crisi: lo Stretto di Hormuz. Per gli analisti della Commissione, come per i ministri riuniti in videoconferenza, il suo blocco – o anche solo la sua minaccia – rappresenta il fattore chiave per capire la durata e l’intensità degli effetti economici. Se il conflitto rimanesse circoscritto, con interruzioni delle forniture limitate a poche settimane, l’Europa potrebbe ancora cavarsela con un rallentamento contenuto. Ma se, come temono molti, l’escalation dovesse proseguire e allargarsi, con attacchi sistematici alle infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo, allora lo scenario cambierebbe radicalmente. La stessa Agenzia Internazionale dell’Energia ha già dato il via al rilascio di riserve strategiche di petrolio – 400 milioni di barili – nel tentativo di calmierare i prezzi, ma si tratta di una misura tampone che non cancella il problema strutturale.
E mentre l’Europa si interroga sulle proprie capacità di reazione, il quadro internazionale si fa sempre più complesso. La guerra, infatti, non è solo un fatto militare ma anche una leva geopolitica. Per Mosca, che ha condannato l’intervento americano, la crisi rappresenta un’occasione per distrarre risorse e attenzione dell’Occidente, mentre per Pechino – grande importatrice di energia dalla regione – la priorità resta la stabilità delle rotte commerciali. In mezzo, l’Europa prova a ritagliarsi uno spazio, consapevole che la propria vulnerabilità energetica la espone più di altri a ogni scossone che arriva da quella parte del mondo.
Il dato di fondo, quello che i numeri di Dombrovskis fotografano con crudezza, è che il costo di questa guerra si pagherà in termini di crescita mancata e di inflazione importata. Quanto alto sarà il conto, però, nessuno ancora lo sa. Perché il punto, come ha ammesso lo stesso commissario, è che “non sappiamo in quale scenario ci troviamo”. Una frase che suona come una sentenza, in attesa che gli eventi – e le scelte politiche che li accompagnano – chiariscano quale delle possibili pieghe prenderà questa crisi che, dall’altra parte del Mediterraneo, ha già iniziato a bussare alle porte dell’Europa.




