Fmi, crescita globale al palo e inflazione in risalita: l’attesa è l’unica arma contro lo choc energetico
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Redazione Economia
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Il Fondo monetario internazionale, nelle sue attese di primavera pubblicate ieri in occasione delle riunioni di Washington, ha corretto al ribasso le stime di crescita per il 2026, portandole al 3,1%: una riduzione di due decimi di punto percentuale rispetto alle previsioni di gennaio. Se da un lato, per il 2027, l’istituzione guidata da Kristalina Georgieva conferma ancora un’espansione globale del 3,2%, dall’altro lo scenario macroeconomico appare pesantemente condizionato dalle tensioni in Medio Oriente. L’inflazione, che sembrava ormai domata, riprende quota: ci si aspetta un’accelerazione media al 4,4% su base annua per l’anno in corso, mentre per il 2027 si profila una moderazione al 3,7%, sebbene si tratti di percentuali che, in un contesto normale, suonerebbero già come un campanello d’allarme.
Tre scenari per un futuro incerto
È proprio il conflitto in Iran, con il suo strascico di incertezze sulle forniture di greggio, a rappresentare la variabile impazzita di questo delicato frangente. Il personale tecnico del Fondo ha elaborato tre possibili traiettorie. Quello di base, che costituisce il riferimento ufficiale, presuppone una risoluzione rapida del conflitto – o quantomeno una sua attenuazione entro la metà del 2026 – e restituisce il quadro appena descritto. Tuttavia, la realtà sul campo rischia di superare queste ipotesi prudenziali. Nel cosiddetto scenario “avverso”, caratterizzato da rincari energetici più ampi e persistenti, la crescita globale scivola al 2,5%, mentre l’inflazione balza al 5,4%. Esiste poi una terza via, definita “severa”, che evoca i fantasmi del 1973: se le infrastrutture petrolifere subissero danni gravissimi e prolungati, il Pil mondiale precipiterebbe al 2%, una soglia, quest’ultima, che tecnicamente equivale a una recessione globale. In questo caso, l’inflazione schizzerebbe oltre la soglia del 6% entro il 2027.
Il monito a Francoforte e Washington
Di fronte a un simile baratro, le scelte delle banche centrali diventano un campo minato. Il Fmi ha rivolto una raccomandazione precisa a chi gestisce la leva monetaria: attendere. L’invito, contenuto nel rapporto, è quello di non cedere alla tentazione di un ulteriore inasprimento dei tassi se lo shock dovesse rivelarsi temporaneo. L’istituzione suggerisce di verificare la tenuta delle aspettative di inflazione, che al momento restano ancorate, e di valutare la durata effettiva della crisi prima di muovere qualsiasi pedina. Un’impostazione, questa, che lascia intravedere un barlume di ottimismo: se la guerra si fermasse domani, gli effetti di trascinamento sarebbero comunque pesanti, ma gestibili senza ricorrere a misure draconiane che strangolerebbero la ripresa. Il messaggio ai banchieri centrali è, insomma, un invito alla pazienza attiva, lontana da qualsiasi automatismo recessivo.
L’Italia e l’Eurozona frenano
Le ripercussioni di questa instabilità si fanno sentire con particolare asprezza sul Vecchio Continente. L’area euro ha subito un taglio dello 0,2% delle stime di crescita sia per quest’anno che per il prossimo, attestandosi rispettivamente all’1,1% e all’1,2%. In questo quadro, l’Italia arranca: il Fmi prevede per il nostro Paese un incremento del Pil dello 0,5% per il 2026, una performance che non solo è inferiore alla media continentale, ma che pareggia il passo con la sola Germania, anch’essa in forte affanno. La dipendenza energetica e la riduzione dei consumi, effetti collaterali diretti del caro bollette, erodono le basi di una ripresa che, fino a pochi mesi fa, sembrava a portata di mano. La fotografia scattata dal Fondo racconta di un’Europa che paga il conto della guerra molto più cara degli Stati Uniti, ancora in salute nonostante una leggera limatura al 2,3%.




