La guerra in Iran e il shock energetico: Georgieva (Fmi) taglia la crescita globale del 2026
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Redazione Economia
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L’impatto del conflitto in Iran, con il suo corollario di interruzioni nei trasporti e di instabilità diffusa in tutto il Medio Oriente, si tradurrà in una frenata dell’economia mondiale più marcata del previsto, lasciando quelle che Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, non ha esitato a definire “cicatrici permanenti”. A parlare, nel corso della conferenza stampa che ha aperto i lavori della sessione primaverile del Fondo insieme alla Banca mondiale, è stata proprio lei, Georgieva, chiarendo subito come nessuno scenario – neppure quello più ottimistico di un cessate il fuoco duraturo tra Stati Uniti e Iran – possa evitare una revisione al ribasso delle stime di crescita per il 2026. Un aggiustamento, questo, che appare tanto più significativo se si considera che, in assenza dello “shock” bellico, le prospettive sarebbero state al rialzo.
Il costo umano della guerra: 45 milioni di persone in più verso l’insicurezza alimentare
Non solo Pil, però, perché il conflitto in Medio Oriente ha già generato una vera e propria emergenza nella sicurezza alimentare, aggravata dalle difficoltà nelle catene di approvvigionamento e dai blocchi navali che hanno interessato le rotte strategiche. La stessa Georgieva ha quantificato il fenomeno in cifre che, da sole, restituiscono la portata della tragedia: l’aumento di 45 milioni di individui che soffrono la fame, un numero che spinge il totale globale delle persone denutrite a oltre 360 milioni. Un dato, quest’ultimo, destinato a peggiorare ulteriormente, come ha spiegato la direttrice del Fmi, a causa dei prezzi elevati dei fertilizzanti – un effetto collaterale della crisi energetica – che rischiano di comprimere i raccolti futuri e di innescare una spirale discendente difficile da arrestare.
Petrolio ridotto e crisi energetica: i canali della trasmissione dello shock globale
Due sono, in sostanza, i principali canali attraverso i quali la guerra in Iran sta trasmettendo i suoi effetti all’economia mondiale. Da un lato, la riduzione dell’offerta di petrolio – con i mercati che hanno già scontato i timori di un’escalation nel Golfo Persico – ha fatto impennare i costi dell’energia, alimentando l’inflazione proprio mentre le banche centrali tentavano di domarla. Dall’altro, la frammentazione delle rotte commerciali, che ha colpito in particolare il trasporto di grano e di materie prime agricole, ha contribuito a quel quadro di incertezza che Georgieva ha descritto come una “frenata improvvisa” per un’economia globale che, fino a pochi mesi fa, sembrava aver ritrovato un certo slancio. La stessa crescita, nel 2026, risulterà più lenta di quanto ipotizzato anche nel caso, che resta il migliore tra quelli possibili, in cui la tregua regga e si trasformi in una pace duratura.
Nessun sostegno generalizzato: gli aiuti del Fmi solo per i più fragili
Di fronte a questo scenario, la linea del Fondo monetario internazionale appare chiara e, per certi versi, severa. Georgieva ha infatti escluso interventi di sostegno economico su larga scala, preferendo concentrare le risorse disponibili – e si tratta di risorse comunque limitate – esclusivamente sulle fasce di popolazione più vulnerabili e sugli Stati la cui bilancia dei pagamenti è stata messa in ginocchio dal rincaro delle materie prime. Una scelta, quella di non attivare misure generalizzate, che riflette la consapevolezza che le cicatrici lasciate dal conflitto non potranno essere cancellate da semplici iniezioni di liquidità; serviranno, semmai, interventi mirati e tempestivi per evitare che l’insicurezza alimentare, già a livelli record, provochi un’ulteriore destabilizzazione sociale in quelle regioni del mondo – dal Corno d’Africa all’Asia meridionale – dove la fame si somma alla violenza della guerra.




