Fmi taglia le stime, guerra in Iran e materie prime alle stelle: per l’Italia un 0,5% nel 2026

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il quadro macroeconomico disegnato dal Fondo monetario internazionale, nel suo World Economic Outlook presentato il 14 aprile a Washington in apertura delle assemblee primaverili congiunte con la Banca mondiale, non lascia spazio a facili ottimismi. Per l’Italia, in particolare, le previsioni parlano di una crescita ferma a un misero +0,5% sia per il 2026 che per il 2027, un dato che fotografa un paese ormai inchiodato a una fase di stagnazione, conseguenza diretta – spiega il rapporto – del conflitto in corso in Iran e delle sue diramazioni nel Golfo. Non solo: il Pil è in contrazione un po’ ovunque, e per i paesi europei torna a farsi pressante il vincolo del Patto di Stabilità, che il Fmi ritiene non debba essere sospeso nonostante il deterioramento del clima economico.

Uno shock energetico paragonabile al 1974

Il report del Fondo monetario mette in luce, con un realismo che ha dell’allarmante, le ripercussioni sistemiche della guerra in Iran. Se anche il conflitto in Medio Oriente dovesse cessare immediatamente, avverte il documento, l’effetto trascinamento sui problemi delle forniture energetiche globali si protrarrebbe per tutto il resto dell’anno, generando uno shock comparabile – nelle stime degli economisti dell’istituto – a quello del 1974. Quell’anno, vale la pena ricordarlo, segnò l’inizio di una recessione durissima nei paesi occidentali, trainata dal quadruplicamento del prezzo del petrolio. Oggi lo spettro della recessione è tornato a fare capolino, e i rincari delle materie prime – alcune delle quali hanno già toccato incrementi fino al 100% – non fanno che alimentarlo.

Tre scenari e il rischio di stagflazione

L’economia globale, sottolinea il World Economic Outlook, si trova a fronteggiare il rischio concreto di una terza recessione in meno di vent’anni: dopo il crollo del 2009, innescato dalla crisi finanziaria delle cosiddette “subprime”, e quello del 2020, imposto dalla pandemia di Covid-19, è ora la guerra contro l’Iran e le sue ripercussioni nel Golfo a proiettare quest’ombra. Carlo Benetti, market specialist interpellato dall’Adnkronos, ha anticipato che il Fondo monetario internazionale ridurrà ulteriormente le stime di crescita globale per il 2026. Il pericolo più grande, ha aggiunto, risiede nella combinazione – definita “pericolosa” – di inflazione persistente e rallentamento dell’attività: l’anticamera, cioè, di uno scenario di stagflazione. Non a caso il rapporto del Fmi parla esplicitamente del «rischio della più grande crisi energetica dei tempi moderni».

Un +3,1% mondiale che non racconta la realtà

Le stime ufficiali del Fondo per la crescita mondiale nel 2026 sono state riviste al ribasso al 3,1%, una cifra che, nelle parole degli stessi analisti, appare già superata dalla forza dei fatti. Perché la realtà – segnalano dal Fmi – corre molto più forte delle tabelle statistiche, e lo fa in direzione opposta a quella della ripresa. La guerra in Iran, alterando i flussi del Golfo e facendo schizzare i prezzi delle commodity energetiche e non solo, sta producendo un effetto domino che nessuna banca centrale, per ora, sembra in grado di arginare. Il Patto di Stabilità, per i paesi dell’Unione europea, resta un vincolo non negoziabile: non deve essere sospeso, ribadisce il Fondo, neppure di fronte a questo scenario di crescente fragilità. Il messaggio, per chi legge tra le righe del World Economic Outlook, è chiaro: ci attende un biennio difficile, e gli strumenti tradizionali della politica economica potrebbero rivelarsi spuntati.

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