Il commercio mondiale frena più del previsto, Fmi taglia le stime per l’Italia e gli Usa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il volume degli scambi globali di merci, secondo l’ultimo aggiornamento della World Trade Organization pubblicato il 16 aprile, è destinato a contrarsi dello 0,2% nel 2025, un dato che ribalta completamente le previsioni di sei mesi fa, quando si stimava una crescita del 2,7%. All’origine di questa brusca inversione di tendenza non ci sono soltanto i numeri, che pure parlano chiaro, ma una serie di fattori strutturali: dall’inasprimento dei dazi, che continua a dividere le principali economie, alle politiche monetarie divergenti, fino alle tensioni geopolitiche ancora lontane da una soluzione.

Se il Wto fotografa un rallentamento del commercio, il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook, traccia un quadro altrettanto preoccupante per la crescita globale, che scenderà sotto il 3% quest’anno. Come riportato da Gianluca Di Donfrancesco sul Sole24Ore, il Pil mondiale si fermerà al 2,8% nel 2025, per poi risalire appena al 3% l’anno successivo, un dato significativamente più basso rispetto al 3,3% registrato nel 2024. Le stime di gennaio, che indicavano una stabilità sul 3,3%, sono state dunque ridimensionate, anche a causa della guerra commerciale avviata dall’amministrazione Trump, i cui effetti continuano a pesare sugli equilibri internazionali.

Gli Stati Uniti, in particolare, vedranno il loro Pil crescere di quasi un punto percentuale in meno rispetto alle attese, mentre l’Italia subisce un ulteriore ridimensionamento. Il Fmi ha infatti rivisto al ribasso le prospettive per il nostro Paese, portando la crescita stimata per il 2025 allo 0,4%, contro lo 0,7% previsto a inizio anno. Per il 2026, l’aumento sarà dell’0,8%, con un debito pubblico che continuerà a salire, raggiungendo il 137,2% del Pil quest’anno e il 138,4% nel 2026, rispetto al 135,2% del 2024.

Non tutti, però, accettano queste proiezioni. Il Messico, ad esempio, ha contestato apertamente le previsioni negative del Fmi, criticando un approccio che, a suo dire, non tiene conto delle specificità locali. Il rapporto dell’istituto di Washington, del resto, non si limita a descrivere una fase di stagnazione, ma parla esplicitamente di una “riorganizzazione profonda” dell’ordine economico globale, minacciato da un protezionismo che, soprattutto negli Usa, ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi decenni.

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