Fmi e Banca mondiale, tra guerra in Iran e inflazione che non molla la presa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’agenda degli Spring Meetings di Washington, che prendono il via oggi 13 aprile e si protrarranno fino al 18, è stata letteralmente riscritta dagli eventi. Se in condizioni di ordinaria amministrazione i riflettori si sarebbero accesi sulle previsioni di crescita – quasi certamente riviste al rialzo – quest’anno i tecnici del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale si trovano a fare i conti con uno scenario ben più cupo. La guerra in Iran, con le sue inevitabili ripercussioni sul prezzo e sulla disponibilità dell’energia, domina ogni discussione tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali, costringendo l’istituto guidato da Kristalina Georgieva a tagliare le stime di espansione del prodotto interno lordo globale. Una scelta, quest’ultima, che nessuno si aspettava solo pochi mesi fa, quando l’ottimismo post-pandemico sembrava ancora alimentare i mercati.

Non è solo il Medio Oriente a pesare, beninteso. Il quadro macroeconomico si complica ulteriormente per l’effetto combinato di due «mine vaganti» – così vengono definite nei documenti preparatori – che rischiano di innescare una tempesta perfetta. Da un lato l’inflazione, che dopo un breve periodo di tregua torna a mordere nei servizi e nei beni energetici, dall’altro un rallentamento della crescita che ormai appare strutturale, non più solo congiunturale. E come se non bastasse, i mercati del lavoro, si sa, recepiscono con ritardi di mesi sia le fasi di espansione sia quelle di contrazione. Per questo, nonostante i numeri attuali mostrino ancora una certa tenuta, è inevitabile aspettarsi un aumento della disoccupazione, più marcato in alcuni Paesi, meno in altri.

Il nodo svizzero e il ritardo fisiologico del mercato del lavoro

Prendiamo il caso della Svizzera, spesso citato come un’eccezione virtuosa. Secondo gli ultimi calcoli della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), che si basano sugli iscritti agli uffici di collocamento, il tasso dei senza lavoro elvetico resta tra i più bassi del panorama internazionale. Un dato confortante, certo, ma che non deve trarre in inganno. La disoccupazione, spiegano gli economisti, è un indicatore ritardato: quando l’economia rallenta, le aziende non licenziano immediatamente, ma trattengono la manodopera nella speranza di una ripresa veloce. Solo dopo mesi, se il quadro non migliora, si comincia a vedere la curva salire. E questo meccanismo, per quanto fisiologico, non rende meno doloroso l’impatto sulle famiglie colpite.

Liturgia e tensioni: i summit di primavera non sono mai una partita di golf

Gli incontri primaverili del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale non sono mai stati, va detto, come quelle tranquille gare di golf dove trionfano il fairplay e le strette di mano di circostanza. Molti dei protagonisti – banchieri centrali e commerciali, ministri del Tesoro, economisti e consulenti vari – frequentano certo i putting green, ma questo è un altro sport. E non sono nemmeno mai state partite di hockey, dove le scazzottature sono all’ordine del giorno. Piuttosto, si potrebbe dire che assomiglino a una lunga partita a scacchi giocata con pedine vive, dove ogni mossa è monitorata da decine di delegazioni. Il calendario, peraltro, è rigidamente prefissato: domani 14 aprile verrà presentato il World Economic Outlook, il documento previsionale che tutti attendono con il fiato sospeso; il 16 aprile toccherà agli incontri dei ministri del Tesoro e dei banchieri centrali del G7, subito seguiti da quelli del G20; il 17 aprile è in programma il Comitato Monetario, e il 18 aprile quello per lo Sviluppo della Banca Mondiale. Poi, si torna a casa.

Una tempesta annunciata e l’assenza di facili ottimismi

Quel che rende questa edizione particolarmente tesa, a differenza delle precedenti, è l’assenza di quella «luce in fondo al tunnel» che spesso gli economisti amano evocare. Le due variabili impazzite – il conflitto in Iran e la ripresa dell’inflazione – si alimentano a vicenda, creando un circolo vizioso che nessuno strumento convenzionale sembra in grado di spezzare. La Banca Mondiale, dal canto suo, guarda con preoccupazione ai Paesi in via di sviluppo, dove un rincaro delle materie prime rischia di vanificare anni di progressi nella riduzione della povertà. Non ci sono, in questo contesto, ricette miracolose né comunicati trionfalistici. C’è solo la consapevolezza, peraltro ben espressa dai delegati che affollano i corridoi di Washington, che la partita si giocherà tutta sulla capacità di coordinare politiche fiscali e monetarie senza innescare nuove crisi del debito. Un equilibrio fragile, da maneggiare con la stessa cautela con cui si smista una bomba a orologeria.

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