Fmi: l’Ue a un bivio tra recessione e inflazione, la guerra in Medio Oriente cambia le carte
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Redazione Economia
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L’Europa si trova di fronte a un crocevia economico che, nelle valutazioni degli analisti del Fondo monetario internazionale, potrebbe condurre dritta verso una nuova fase recessiva. Alfred Kammer, capo del dipartimento europeo dell’istituzione, ha scelto il blog ufficiale del Fmi per lanciare un avvertimento che, a dispetto della sua sobrietà lessicale, contiene scenari tutt’altro che rassicuranti. La causa immediata di questo deterioramento – già percepibile nei dati di inizio 2026 – è riconducibile al conflitto scoppiato in Medio Oriente alla fine di febbraio, un evento che ha agito come un vero e proprio spartiacque. Fino a pochi mesi prima, infatti, la crescita del vecchio continente sembrava poggiare su fondamenta relativamente solide, sostenute dagli investimenti tecnologici e da condizioni finanziarie ancora accomodanti. Poi, l’esplosione delle ostilità ha ribaltato il quadro, colpendo proprio quei nervi scoperti che le economie europee non avevano ancora avuto modo di rinforzare del tutto dopo la crisi energetica del 2022.
Uno choc energetico minore ma insidioso
Kammer lo descrive come uno “choc energetico” che, pur essendo di intensità inferiore rispetto a quello provocato tre anni e mezzo fa dalla guerra in Ucraina, sta comunque mordendo la crescita e riaccendendo la spirale inflazionistica. La differenza sostanziale, spiega il funzionario, risiede nella natura del conflitto attuale: stavolta il fattore scatenante è la guerra in Medio Oriente, con le sue ripercussioni immediate sui mercati delle materie prime e, in particolare, sulle rotte strategiche del petrolio e del gas. Prima che i combattimenti avessero inizio, le previsioni del Fondo sarebbero state riviste al rialzo; ora, invece, si assiste a un visibile rallentamento. Se poi si aggiunge uno scenario più grave – e cioè uno choc energetico persistente, aggravato da condizioni finanziarie più restrittive – l’intera Unione europea rischierebbe di avvicinarsi pericolosamente a una recessione conclamata. In quel caso, l’inflazione potrebbe sfiorare il 5%, un livello che, sebbene lontano dai picchi del 2022, sarebbe sufficiente a innescare nuove tensioni sociali e a complicare le scelte delle banche centrali.
Il nodo delle misure fiscali: Italia e Francia senza margini
Proprio su questo punto l’allarme del Fmi si fa più netto, quasi tagliente. Kammer mette in guardia i governi europei contro il rischio di adottare politiche fiscali imprudenti per tamponare il caro energia. L’avvertimento, che arriva da una delle istituzioni più influenti del pianeta, non è generico: mentre Paesi come Danimarca e Svezia – grazie a bilanci pubblici in miglior salute – possono ancora permettersi interventi anticiclici senza compromettere la stabilità, per Italia e Francia il discorso è radicalmente diverso. Loro, spiega il capo del dipartimento europeo, non dispongono degli stessi margini di manovra. Ogni misura straordinaria per calmierare le bollette o sostenere le imprese energivore rischierebbe, in questi contesti, di aggravare ulteriormente la crisi, alimentando un circolo vizioso fatto di deficit in crescita e fiducia in calo. È un’equazione amara, che costringe Roma e Parigi a guardare con estrema cautela a qualsiasi ipotesi di intervento diretto.
La tregua che fa rifiatare (ma solo a metà) e l’incertezza di Bankitalia
Nel frattempo, la cronaca offre un sospiro parziale. L’annuncio, avvenuto l’8 aprile, di una tregua di dieci giorni tra Israele e Libano – accompagnato dalla riapertura dello Stretto di Hormuz – ha determinato una riduzione temporanea dei prezzi di petrolio e gas naturale, come confermato dal bollettino di Bankitalia. L’istituto di via Nazionale ha però subito aggiunto una nota di cautela, sottolineando che l’incertezza per l’economia globale rimane elevata e che la crescita mondiale tende ad attenuarsi. Insomma, la pausa bellica, per quanto benvenuta, non cancella il quadro strutturale di fragilità. La guerra in Medio Oriente, insiste Bankitalia, continua a rappresentare un fattore di perturbazione non ancora risolto, capace di riaccendersi da un momento all’altro. E in un contesto così volatile, ogni valutazione congiunturale rischia di essere smentita dai fatti nel giro di poche settimane. Le principali istituzioni economiche internazionali – Fed, Bce e lo stesso Fmi – condividono ormai questa diagnosi: il conflitto mediorientale è il vero fattore di rottura, quello che ha spezzato la narrazione di una ripresa lineare per restituirci un’economia globale in bilico.




