L’Fmi avverte: con l’escalation nel Golfo, il mondo scivola verso la recessione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L’allarme, lanciato dal Fondo Monetario Internazionale nel corso delle sue tradizionali previsioni di primavera, è quanto mai gelido: il conto della guerra in Medio Oriente, sebbene per il momento appaia salato ma ancora tecnicamente gestibile, nasconde un’insidia ben più profonda legata alla durata del conflitto. Nell’ipotesi più ottimistica, quella cioè di un ritorno alla normalità entro il mese di giugno, la crescita globale subirebbe comunque una riduzione di tre decimi di punto, attestandosi al 3,1% per l’anno in corso. Parallelamente, l’inflazione, quel temuto effetto collaterale delle crisi energetiche, accelererebbe fino al 4,4%, bruciando sette decimi di punto in più rispetto alle stime precedenti l’inizio delle ostilità.
Il problema, però, come ribadito ieri dagli economisti dell’istituzione di Washington, risiede nell’incertezza assoluta che avvolge la durata dei bombardamenti e le reazioni a catena sui mercati. Il quadro peggiora drasticamente se si abbandona lo scenario “base” per addentrarsi in ipotesi più cupe. Se la crisi nel Golfo dovesse protrarsi a lungo, con il blocco de facto dello Stretto di Hormuz (l’arteria attraverso cui transitano quote significative del greggio mondiale), le conseguenze sarebbero sistemiche: il Prodotto Interno Lordo globale potrebbe crollare fino al 2%, una soglia, questa, che gli analisti considerano l’anticamera della recessione globale.
Italia e Europa sotto shock, il Pil rischia lo zero virgola
L’impatto, spiegano i documenti diffusi dal Fondo, non sarà affatto uniforme, e tra i paesi più esposti alla tempesta figura certamente l’Italia. Nella migliore delle ipotesi – quella che prevede una tregua entro metà anno – la crescita del nostro paese è stata rivista al ribasso allo 0,5% sia per il 2026 che per il 2027. Un dato, questo, che fotografa una sostanziale stagnazione, conseguenza diretta della nostra storica dipendenza dalle importazioni energetiche e della fragilità del tessuto industriale, già provato dai rincari record delle materie prime. A nulla sono valse le speranze di un rimbalzo trainato dagli investimenti tecnologici: la guerra in Iran ha gelato ogni slancio.
Non va meglio per i principali partner europei. La Germania, locomotiva del continente, vede la sua crescita ridursi allo 0,8% (con una contrazione di tre decimi), mentre la Francia arranca allo 0,9%. La zona euro nel suo complesso, già penalizzata dalle cicatrici della crisi ucraina, scende all’1,1%. Il Fondo Monetario è stato chiaro: stiamo assistendo a uno shock energetico paragonabile a quello del 1974, anche se – specificano gli analisti – con una differenza sostanziale. Oggi l’economia globale è meno “petrolio-dipendente” rispetto a cinquant’anni fa, ma le Banche centrali, a differenza del passato, non possono più sostenere la domanda a spese del controllo dei prezzi, dovendo ora combattere una fiammata inflazionistica con i tassi alti.
Lo spettro di Hormuz e la crisi energetica moderna
La vera minaccia per la stabilità mondiale, quella che trasforma un rallentamento in una catastrofe, è rappresentata dalla paralisi dello Stretto di Hormuz. Sebbene vi siano stati annunci di tregue temporanee, il danno infrastrutturale e logistico è già stato fatto. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha documentato un crollo dell’offerta di petrolio superiore ai 10 milioni di barili al giorno a marzo, un vuoto che le rotte alternative – come la costa saudita o l’oleodotto verso la Turchia – non riescono a colmare se non in minima parte. Il risultato è una “disconnessione” pericolosa tra i prezzi dei futures e quelli del petrolio fisico, quest’ultimo già volato verso i 150 dollari al barile per le consegne immediate.
Il Fondo Monetario, in coordinamento con la Banca Mondiale, ha delineato scenari che vanno dall’ “avverso” al “grave”. In quest’ultimo, il più pessimistico, i prezzi del greggio raddoppierebbero stabilmente, scatenando una recessione globale che non si vedeva dai tempi della pandemia del 2020 o del crack finanziario del 2009. L’invito, rivolto implicitamente ai governi, è a non ripetere gli errori del passato: niente sussidi indiscriminati o price cap maldestri, che nella precedente crisi energetica finirono solo per alimentare la spirale inflazionistica.
Rinnovabili e rigore, la ricetta per un futuro incerto
Di fronte a questa tempesta perfetta, che vede il rincaro dei carburanti e dei fertilizzanti minacciare non solo le bollette ma l’intera filiera alimentare globale, il Fondo monetario ha suggerito una rotta obbligata. Da un lato, l’accelerazione sulle rinnovabili non viene più presentata come una scelta ideologica, ma come un’esigenza concreta per guadagnare in “resilienza e indipendenza energetica”, riducendo l’esposizione ai ricatti dei mercati esteri. Dall’altro lato, sul fronte del rigore fiscale, l’istituzione ha chiarito che “il Patto di stabilità non va sospeso”. Una posizione, quest’ultima, che vincola ulteriormente le mani di un paese come l’Italia, dove lo spazio per nuove manovre espansive è pressoché nullo.
L’unico dato anomalo, in questo mare di ribassi, riguarda un paese che sfida la tendenza con un Pil in aumento (come accennato in apertura), un fenomeno spiegabile con la sua posizione di importatore netto di energia che ha saputo negoziare accordi bilaterali a prezzi calmierati, riuscendo a trasformare la crisi in un’opportunità di attrazione per le industrie manifatturiere in fuga dai costi proibitivi del Golfo. Per tutti gli altri, il messaggio del Fmi è una doccia fredda: il benessere costruito nei decenni passati è appeso al filo di una pace che, al momento, tarda a vedere la luce.




