Iran, l’allarme di Bankitalia: “La guerra aggrava lo scenario, le prospettive peggiorano”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran – ormai stabilmente inserito in una fase di escalation difficile da ricondurre a episodi isolati – ha trovato nelle ultime valutazioni di Bankitalia una conferma tanto attesa quanto inquietante. L’istituto guidato da Fabio Panetta, nel tracciare gli scenari macroeconomici per l’Italia, ha dovuto inrare un fattore che fino a pochi mesi fa appariva remoto: il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz. Quell’arteria, attraverso la quale transita una porzione decisiva del gas naturale e del petrolio mondiale, è diventata di fatto un’area interdetta, e le conseguenze si misurano già in termini di rialzo immediato dei prezzi energetici. Ma, avvertono gli analisti, quella che vediamo potrebbe rivelarsi solo la punta di un iceberg molto più massiccio.
Il nodo della disponibilità, non solo del costo
A gettare luce su questo aspetto meno immediato – cioè la sostenibilità degli approvvigionamenti nei prossimi mesi – è stato il ministro delle Finanze del Qatar, Ali bin Ahmed al Kuwari, intervenuto a un evento del Fondo monetario internazionale a Washington. Secondo la sua lettura, l’impennata dei listini rischia di oscurare un problema strutturalmente più grave: la concreta difficoltà di assicurare volumi sufficienti di energia alle economie occidentali. Non si tratta, dunque, solo di pagare di più, ma di capire se si potrà pagare per avere qualcosa. E su questo fronte, le proiezioni della Banca d’Italia disegnano uno spettro che si allarga a seconda della durata delle operazioni militari. Nello scenario più favorevole – quello di un conflitto che si risolva nel breve periodo – il prodotto interno lordo italiano rallenterebbe, ma resterebbe pur sempre in territorio positivo: +0,5% nel 2026, stesso dato nel 2027, e un +0,8% nel 2028.
Il monito del Fmi a Italia e Francia
Proprio mentre si diffondevano queste stime, il Fondo monetario internazionale ha voluto aggiungere un avvertimento preciso, rivolto in particolare ai Paesi europei con minori spazi fiscali. Alfred Kammer, a capo del Dipartimento europeo del Fmi, ha spiegato che misure troppo aggressive per contrastare il caro energia – sussidi generalizzati o tagli indiscriminati delle accise, per intenderci – rischiano paradossalmente di peggiorare la crisi, alimentando deficit già fuori controllo e riducendo la fiducia dei mercati. Kammer ha tracciato una linea chiara: nazioni come Danimarca e Svezia possono permettersi interventi anticiclici, grazie a bilanci pubblici in ordine; Italia e Francia, al contrario, non dispongono degli stessi margini di manovra. Una differenza che, in un contesto di tassi ancora alti e di spread potenzialmente tornato sotto pressione, non è affatto secondaria.
La Germania verso il quarto anno di stagnazione
Il quadro peggiore, se possibile, lo si osserva guardando a Berlino. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il governo tedesco si appresta a dimezzare le proprie stime di crescita per l’anno in corso: dal previsto 1% allo 0,5%. Un declassamento che, se confermato, lascerebbe la maggiore economia europea sull’orlo del quarto anno consecutivo di stagnazione. L’impennata dei prezzi energetici, alimentata direttamente dal blocco di Hormuz e dalle ritorsioni iraniane, sta di fatto vanificando la spinta di un piano da mille miliardi di euro finanziato tramite debito – un intervento colossale che avrebbe dovuto rilanciare infrastrutture e industria. Invece, gran parte di quelle risorse rischia di essere assorbita proprio dal maggior costo dell’energia, senza tradursi in crescita reale. La guerra in Iran, insomma, non è più solo un titolo di cronaca internazionale: è diventata una variabile che riscrive le previsioni economiche dell’intero continente, con l’Italia in prima fila tra i soggetti più esposti.




