La "sindrome di Hormuz" e il nuovo incubo di Trump, mentre l'economia italiana trema
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Redazione Economia
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Lo stretto di Hormuz, quel braccio di mare strategico che separa l’Iran dalla penisola arabica, è da anni al centro di tensioni geopolitiche capaci di far sobbalzare i mercati globali. Le esercitazioni militari degli anni passati, insieme alle recenti proiezioni di Bloomberg e degli analisti energetici, hanno riacceso i timori di una crisi dagli effetti imprevedibili. C’è chi già parla di "sindrome di Hormuz", uno scenario che più di ogni altro preoccupa Trump, consapevole del fatto che in quell’area si affacciano potenze come Iran, Iraq, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, oltre a Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman.
Se i dazi commerciali hanno a lungo dominato il dibattito economico, ora è un nuovo conflitto – quello tra Israele e Iran – a minacciare le già fragili prospettive dell’Europa. L’Italia, in particolare, potrebbe pagare un prezzo salato, nonostante la distanza geografica dalla guerra. Il motivo? L’impennata dei prezzi dell’energia, che rischia di affossare il timido recupero dell’industria dopo due anni di declino. A lanciare l’allarme è Confindustria, che nel suo ultimo rapporto parla di un "ulteriore shock" per un’economia ancora in affanno.
Gli investimenti, è vero, hanno mostrato segnali positivi nel primo trimestre (+1,6%), ma gli indicatori del secondo trimestre lasciano poco spazio all’ottimismo: la fiducia delle imprese ristagna, l’incertezza è alta e gli ordini di beni strumentali segnano il segno meno. Le attese per nuovi contratti, poi, calano da due mesi consecutivi, mentre il Centro studi di Confindustria dipinge un quadro in cui la ripresa appare sempre più incerta.




